mercoledì 30 novembre 2016

Beethoven : Integrali Quartetti per archi - Quartetto Emerson (DGG), Quartetto Italiano (Philips: ora Decca)



Quando ero ragazzo ricordo che il primo Lp che comprai con i Quartetti di Beethoven fu quasi per caso: era il mio onomastico, 29 giugno, e da noi al Sud Italia si festeggia anche l’onomastico. Diciamo che laddove c’è una forte tradizione cattolica, l’onomastico dovrebbe essere festeggiato. Comunque sia avevo raggranellato qualche soldino (avevo circa diciotto anni) e passai dalla Standa. C’era il reparto dischi, me lo ricordo, Linea Tre della RCA: erano incisioni di fascia economica, copertina cartonata, custodia in carta mentre la fascia alta Red Seal aveva la custodia di carta ma cellofanata all’interno. Incisioni di grande pregio ma uscite già di catalogo. Un po’ come la Fontana Argento che riproponeva le incisioni già edite precedentemente dagli LP Philips, o l’etichetta Argo per la Decca. Fatto sta che tra i tanti Lp, scelsi uno col Quartetto di Vienna che eseguiva il primo dei tre quartetti dell'op. op.59  "Rasumovsky", quello in Fa maggiore. 
Sentivo talmente tanto questo disco (avevo un vecchio giradischi Lesa) che alla fine i fruscii e gli scoppiettii resero necessario che acquistassi degli altri. E così cominciò la mia collezione dei quartetti di Beethoven. Formata in massima parte da incisioni complete de Il Quartetto Italiano, Quartetto Amadeus, Quartetto LaSalle, Quartetto Melos (quartetto che ho molto amato) e da quelle quasi complete del Quartetto di Budapest e anche il Juilliard se ricordo bene, oltre a incisioni di quartetti singoli (molte).
Tra quelle ricordate, a parte dell’esecuzione del LaSalle, approcciata a sonorità di musica tipicamente contemporanea, la migliore io ritengo sia stata per affiatamento e profondità di interpretazione, quella del Quartetto Italiano, nella formazione leggendaria (con alla viola Piero Farulli). Una delle migliori esecuzioni incise in disco che io ricordi, e che io possegga. La profondità dell'approccio dei quattro grandissimi interpreti storici del Quartetto Italiano (Borciani, Pegreffi, Farulli, Rossi) non lascia spazi di riflessione: sensualità nel quartetto op.18 n.6, giocosià in quello op.18 n.4, sogno nel quartetto delle Arpe, leggiadria nei 3 quartetti Rasumovskj, forza impetuosa e cerebralità nell'op.130 e 133, melanconia nell'op.131.Si tratta indubbiamente di un'esecuzione di valore leggendario, impreziosito dalle sonorità struggenti degli strumenti. Per certi versi, è un tipo di approccio all'opera per archi di Beethoven, se non convenzionale almeno non eccessivamente modernista, sospesa tra la tradizione e il vento di novità. Secondo me tuttavia il quartetto conferisce  le sue note più positive ai 6 Quartetti giovanili dell'op.18, ai 3 dell'op.59, ai quartetti "Serioso" e "Delle Arpe". Tenderei ad escludere i quartetti postumi, con l'esclusione forse del Quartetto op.131, un quartetto se non tragico, molto plumbeo, dove la profondità e la giocosità degli afflati riesce ancora a dare una prova convincente. Gli ultimi quartetti, per certi versi sono suonati in maniera secondo me più convenzionale, e pur trattandosi sempre di altissima resa di gruppo, non affascinano come altre loro pagine beethoveniane.
I quartetti dall’op.127 alla Grande Fuga op.133, al Quartetto op.135, sono troppo in là nel tempo, anticipano certe soluzioni e certe espressioni che non sono proprie del tempo di Beethoven: per certi versi direi che sono molto vicini a Reger, più vicini dei quartetti di Brahms. Non a caso questi quartetti e le ultime opere ardite pianistiche (Bagatelle, Sonata op.111) sono state suonate da grandi interpreti versati anche e soprattutto al repertorio contemporaneo. Quindi da come la vedo io, il Quartetto Italiano che ha interpretato magnificamente il panorama sette-ottocentesco da Mozart a Schubert, da Schumann a Brahms, molto tradizionale, non ha dato un grande approccio di novità all’interpretazione degli ultimi quartetti, quanto invece l’ha data il Quartetto LaSalle.
A questo proposito devo dire che l’integrale dei Quartetti di Beethoven nell’esecuzione del Quartetto Emerson, l’ho ascoltata poco tempo fa: la reperii, si può dire per caso, in un cofanetto di sette cd più un ponderoso libretto contenente le note in inglese-francese-tedesco-spagnolo e..italiano.
Devo dire che mi ha piacevolmente colpito per la freschezza dell’interpretazione, molto lontana dalla ieraticità cui ci hanno abituato certe compagini mitteleuropee ma soprattutto germaniche: pare quasi che per fare Beethoven ci voglia per forza un tedesco. Certamente, un complesso tedesco o austriaco interpreta autori che fanno parte della propria storia musicale con una partecipazione sentita, quasi fossero un patrimonio nazionale da difendere a tutti i costi, ma nello stesso tempo li consegna quasi sempre all’immobilità e alla immanenza. Transeat per l’Amadeus, un Quartetto storico, che ha fatto la storia dell’interpretazione per archi, un po’ come il Quartetto Italiano, o il Quartello LaSalle. Ma gli altri quartetti germanici hanno peccato quasi sempre di prendere a proprio esempio l’Amadeus e di conformavisi.
L’Emerson invece è un quartetto giovane, non giovanissimo, intendiamoci, e  questa interpretazione ha già dodici anni, ma il modo con cui porge il proprio fare musica a chi lo ascolta è indubbiamente fresco, forse un po’ grossolano talora, ma sempre attraente. Non possiede l’approccio del Quartetto Italiano o dell’Amadeus o del LaSalle, ma cerca, talora con buoni risultati, una via propria. Non scevra di pericoli e ostacoli, ma anche nuova.

Pietro De Palma

lunedì 28 novembre 2016

John Field: Complete Nocturnes - Elizabeth Joy Roe - CD DECCA

Ci fu un tempo nei primi anni '90, in cui i cofanetti dei CD erano molto ben curati.
Chi ha almeno 50 anni ed è un discreto collezionista, sicuramente se ne ricorderà. Oggi, risparmiano pure sulla plastica e ricorrono molto più spesso alle confezioni cartonate con il supporto di plastica per accogliere il CD, incollato. Prima non era così. Probabilmente perchè costavano di più. Se i miei lettori metteranno i loro neuroni alla prova, si ricorderanno che nei cofanetti, per riparare i CD da graffi, mettevano anche delle spugnette sintetiche, che ora figurarsi se mettano più.
Uno dei cofanetti risalenti a quegli anni che hanno queste spugnette, è quello che possiedo con l'Integrale dei Notturni per pianoforte di Field, della Chandos. Mi ricordo che lo acquistai a La Stanza della Musica, un piccolo negozietto dove andavano i collezionisti incalliti di Milano, in via Fara. Non era improbabile incontare lì anche qualche pianista famoso: una volta ho visto Pollini: peccato che non avessi a portata di mano qualche suo disco, per farmi autografare la copertina!
A Bari, figurati se trovavi quelle cose! Anche se parecchio l'ho trovato sul suolo natio. Ma durante le mie trasferte a Milano, trovavo molte più cose, e molto spesso cose che non avevo mai trovato prima. Probabilmente ora quel negozietto non esiste più, o forse ancora esiste, non so. Mi ricordo che mi fermai a esaminare dei LP di registrazioini storiche e tra le tante, c'erano quelle di Rosenthal.
Me ne sono ricordato per via dell'acquisto che feci. Ero molto contento: possedere i notturni di Field non era da poco al tempo.
Solo quell'incisione esisteva, di Miceal O' Rourke. Un cofanetto di due dischi. Qual sorpresa invece è stata quando ho ordinato e acquistato l'integrale dei Notturni di Field interpretati da Elizabeth Joy Roe, di cui parlo oggi: tutto su un solo CD!
E' vero indubbiamente che la tecnologia è migliorata e via via si è riusciti a trasferire su un solo CD molte più informazioni; ma è anche vero che le tracce in questa incisione durano meno tempo.
Già. E' questo il problema di un autore come Field: ha reinventato i Notturni (inventati a Parigi nel 1801 dall'italiano Felice Blangini),
Esempio di Notturni di Blangini
e al tempo fu un modello per quelli Chopin, soprattutto per la cantabilità della mano sinistra. Ma poi, via via che venivano pubblicati quelli di Chopin, più complessi, questi di Field venivano dimenticati. Per cui è accaduto più di una volta che si tendesse ad interpretare Field con l'ottica del romanticismo affermato se non proprio passando attraverso i Notturni chopiniani. Sbagliando a mio modo di intendere. Un esempio clamoroso è quello di Rourke, in cui cercando di applicare il metro romantico ad un interprete che non era tale, semmai biedermeier, finiva per caricare e appesantire un discorso che invece avrebbe abbisognato di dolcezza e tenerezza ma non di languori e drammi.
Non a caso quella raccolta è la meno ascoltata da me in assoluto: avrei voluto più di una volta andarli a ripescare, ma poi mi sovveniva la pesantezza dell'interpretazione e così lasciavo stare, nonostante Field mi sia sempre piaciuto alquanto (è un allievo di Clementi, come lo fu Moscheles, altro comnpositore che mi è sempre piaciuto).
L'interpretazione di Elizabeth Joy Roe, invece, è fresca, dolce e talora anche brillante: interpreta Field calandolo nella sua realtà e conferendogli il suo spessore, che non è quello chopiniano. Incastona come tanti gioielli, ciascun notturno nel suo splendore. Va detto che il notturno di Field non è come quello di Chopin: in Chopin il Notturno è estremamente palpabile, concreto, usa abbondantemente sonorità e idee slave e quindi è molto lirico e melanconico. Ed è abbastanza complesso nella struttura. Il notturno chopiniano nasce nell'ambito della musica polacca: basta sentire un notturno di Chopin ed uno di Dobrzynski e noti subito una linea comune. Quello di Field no. Field è irlandese ma dimora per quasi tutta la sua vita in Russia: è un po' il destino di Dohler in un certo senso. Il notturno fieldiano è un terreno di sperimentazione più che altro: se la mano sinistra suona sempre o quasi un basso ostinato, la destra canta, ma non la tristezza della terra slava.
Talvolta troviamo delle strane dissonanze: per esempio nel notturno n.3. Anticipatore di tempi? E' dei grandi musicisti averli anticipati: Dussek, Beethoven, Mozart. Soprattutto musicisti classicisti. Perchè il biedermeier nasce da una costola del classicismo. E Field in quanto allievo di Clementi è un musicista classicista.
Dicevamo che la mano destra canta nei Notturni di Field: è  il famoso cantabile di Field che tanto ammaliò Chopin. Sentite il Notturno n.2 in Do minore e poi ditemi se non vi ricorda il Notturno in Do minore op. post. di Chopin (ovviamente dovete comprare il disco, e vi avviso che io ho dovuto prenotarlo dall'Olanda perchè in Italia non era disponibile). Ma anche salta, arpeggia. Talora il notturno fieldiano è canzone senza parole, tal'altra è romanza d'opera. E' un modo di trattare il pianoforte non ancora romantico alla maniera di Chopin e Schubert, ma a quella dei musicisti biedermeier: non a caso talora si sentono idee che non esisteremmo a definire schubertiane.
Elizabeth Joy Roe riesce a dare una dimensione intimista , peraltro avendone ricercato la versione più filologicamente esatta, coniugando quindi ad un lavoro di interpretazione uno di studio e ricerca. Sono quadretti perfettamente inseriti in un contesto di inizio secolo. Quello che la Roe fa è essenzialmente liberarsi di tutto ciò che il tempo ha depositato su questi pezzi, eliminando al massimo le spigolosità, e al tempo stesso non appesantendo la sostanza musicale, valorizzando il senso di immediatezza della sensazione e conferendo ai vari brani quel perlage e quella sensazione di di liquefazione della musica che si può apprezzare in certe interpretazioni dei notturni di Chopin (per es. Askenase o Arrau).
Perche Elizabeth Joy Roe, quando suona, canta.
Cosa che rende questo disco un vero e proprio must.

P. De Palma

lunedì 24 ottobre 2016

John Ogdon : Legendary British Virtuoso - Cofanetto 17 CD, Warner

Mi ricordo di quando ragazzo portai a casa un LP di non so quale oscura marca - credo si tratttasse di Argo, una sottoetichetta della DECCA - con il concerto di Mendelssohn , per pianoforte e archi in la minore e uno dei due concerti per due pianoforti sempre di Mendelssohn, suonati da Brenda Lucas e John Ogdon: quello costituì l'entrata trionfale di John Ogdon nella mia collezione di dischi!
Brenda e John erano marito e moglie. Disco storico e bellissimo fu quello. Ne parlo per due motivi:
perchè da un po' di tempo a questa parte, il cofanetto dell'integrale delle incisioni EMI di John  Ogdon è riapparso, ma sotto marchio Warner (che ha acquistato tempo fa la EMI); e perchè quel disco storico e famoso di Lucas/Ogdon non è compreso. Ovviamente perchè qui abbiamo TUTTE le incisioni EMI e non invece TUTTE le incisioni di Ogdon.
Il fatto è però che John Ogdon non fu un pianista da star system: non era incline a legarsi ad una casa in particolare. Non so se ciò fu anche dovuto all'ecletticità delle sue interpretazioni e alle sue condizioni di salute (problemi neurologici). Fatto sta che, oltre quel disco per la Argo, altre incisioni Decca non ce ne sono, mentre è comparso recentemente un cofanetto di sei cd con altre interpretazioni (anche Alkan ) riunite sotto altra label: RCA (Sony). Ma che non esauriscono la discografia di Ogdon. Infatti a queste sono da aggiungersi altre etichette minori (per registrazioni di sue composizioni tra cui le sonate per pianoforte), e l'americana Altarus che pubblicò tempo fa, l'Opus Clavicembalisticum di Sorabji, una delle cose più difficili in assoluto dell'intera letteratura pianistica. L'aveva interpretata anche Madge, ma l'abisso che separa le due versioni è assolutamente enorme: Madge suona tutto come se fosse sempre uguale (anche in Busoni suonava così) e quindi ti pare che una certa cosa sia banale. Invece non è così. Idem per Sorabji dove Ogdon ci mette una passione ed una sensibilità straordinarie. Purtroppo tale edizione in Cd costa un botto: 62 euro per 2 cd !!! Il resto invece è più abbordabile.
Soprattutto questo cofanetto della Warner. Che io sappia in Italia non è commercializzato per cui bisogna per forza andarlo a cercare su Amazon. La spesa e l'impresa sono però giustificate dall'eccezionalità dell'evento: i 17 Cd spaziano in lungo e in largo, proponendo una vasta selezione di concerti per pianoforte e orchestra, accanto alla proposizione di opere per pianoforte solo anche di compositori assai poco conosciuti.
Per i Concerti per Pianoforte e Orchestra troviamo:
il Primo di Glazunow, i due e il Rondo Brillante di Mendelssohn; Grieg, Schumann,Busoni, Ciaikowski (il primo); Le Variazioni Sinfoniche di Franck, Fantasia su Temi Ungheresi e Rapsodia Spagnola (nell'arrangiam. Busoni) di Liszt (ma non il primo e il secondo), Secondo e Rapsodia su Paganini, di Rachmaninov, Concerti nn.1-3 di Bartok, Concerto di Tippett, dello stesso Ogdon (N.1), Secondo di Shostakovic.
Per le opere per Pianoforte Solo, troviamo:Variazioni e Fuga su un Preludio di Chopin, di Busoni; opere varie di Chopin (tra cui seconda sonata); parecchie opere varie di Liszt tra cui Sonata e Fantasia,  quasi sonata, anche tarde (Czardas macabre o Mephisto Watz n.3) o poco suonate (Polonaise n.2);Etudes Tableaux op.33 e 39 di Rachmaninov; Sonata per due pianoforti di Bartok; Sonata di Dukas, Dutilleux, le due di Tippett; Ballata, Tema & Variazioni,  Sonata di Rawsthorne; Sonata di Goehr, di Johnson, di Hoddinott, Passacaglia di Stevenson e molte altre piccole opere di molti autori.
La mancanza di registrazioni di Bach, Beethoven e Brahms importanti (c'è qualcosetta ma sono pezzi di breve durata) non giustifica alcuna riserva: infatti basta dire che tutto il cofanetto può essere giustificato a parer mio dalla registrazione degli Etudes Tableaux di Rachmaninov, dalla Sonata di Dukas che forse è sullo stesso piano o anche supera l'interpretazione di Duchable (quella è più romantica, questa è più passionale), e dal Concerto di Grieg che a parer mio è una delel interpretazioni più grandi in assoluto, direi la più grande insieme a quella di Leon Fleischer.
Il cofanetto della Warner non è altro che la riedizione di quello ICON della EMI: 17 cd erano quelli, 17 questi.
Qualcosa di meglio tuttavia si poteva farla: sarebbe bastato inserire il doppio cofanetto EMI con le registrazionid di Skrjabin, che qui mancano: le sonate nn. 1-2-3-4-5-9 e scelte di Poèmes, Pieces e Preludes. Anche se questa mancanza nulla toglie al valore di un'opera epocale, che stupisce, interessa e ammalia per la varietà e la poliedricità delle sfaccettature che l'ecletticità e la cultura quasi enciclopedica di Ogdon ci regala.

Pietro De Palma

domenica 23 ottobre 2016

TRASCENDENTAL. Danil Trifonov interpreta Liszt - 2 CD DGG

In questi giorni la confezione di due CD è proposta col 20% di sconto in un noto megastore. E' una offerta lancio, e secondo me è un'ottima occasione per ascoltare la fantastica incisione integrale - o meglio quasi integrale - degli Studi di Liszt, da parte di Danil Trifonov.
Terzo allo Chopin di Varsavia, Primo al Rubinstein di Tel Aviv, Primo al Ciaikowsky di Mosca, Trifonov è attualmente uno dei più grandi pianisti in circolazione. E perdipiù è ancora molto giovane: 25 anni!!!!
Stupiscono pertanto la sua padronanza di tocco e il suo magistero virtuosistico.
Questa incisione è un'autentica perla!
L'ho acquistata, sentita e risentita: bellissima. Molto poetica ma anche suonata con un vigore ed una squisita cantabilità.
Sono presenti i 12 Studi Trascendentali (3^ versione: cosa credevate!), 3 Studi da Concerto (Il Lamento,La Leggerezza,Un Sospiro), 2 Studi da Concerto (Waldesrauschen,Gnomenreigen) e i 6 Studi di Esecuzione Trascendentale da Paganini (non la prima versione!). Insomma, una grandissima occasione per trovare tutti assieme (o quasi) i grandi studi lisztiani, sintesi del massimo visrtuosismo lisztiano. Tuttavia noto che si è persa un'occasione storica:
proprio perchè le integrali degli studi di Liszt affidate a grandi pianisti sono davvero rare, in quanto già rare sono le incisioni integrali delle diverse raccolte (tenendo conto tuttavia che andrebbe fatta una distinzione anche tra le varie versioni degli stessi studi, essendo quelle intorno alla metà degli anni '30 - fine anni '30 - inizio '40 le più difficili) affidate a painisti di fama, sarebbe bastato integrare il tutto con  due rarissimi studi, molto poco suonati, di Liszt: : il Morceau de Salon S.142, ideato per il Perfezionamento del Metodo dei Metodi a cura di Fetis-Moscheles, del 1842, e la sua revisione Ab Irato S. 143, del 1852 (il secondo è più famoso del primo per l'incisione storica di Sergio Fiorentino).
Pertanto parlo di occasione persa, nonostante l'incisione di Trifonov sia un must e mi senta in toto di consigliarla.

P.D.P.

lunedì 26 settembre 2016

I Quartetti per Archi di Mendelssohn: Melos Quartet Vs Artis Quartet Vienne



L’Integrale dei Quartetti per Archi di Mendelssohn, effettuata dal Quartetto Melos, parecchi anni fa e raccolta in cofanetto, per me è stata l’esecuzione migliore del complesso di Stoccarda. Il Quartetto Melos, lo fece sbarazzandosi di falsi clichè e consegnandoci un’interpretazione che si piò riconoscerlo ora, che son passati tanti anni, è quella di riferimento.  Interpretare Mendelssohn non è facile, assolutamente no: tanto più che Mendelssohn, diversificandosi dagli altri compositori di musica per archi (Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert) si spostò continuamente, non adottando un tipo suo riconoscibile di sonorità musicali, ma spingendosi e oscillando continuamente tra il salottiero Biedermeier e il romanticismo appassionato, tra lo ieraticismo bachiano e il profano germanesimo. Difficile quindi interpretarlo.

La strada percorsa dai quattro musicisti del Quartetto Melos fu originale, non passando solo attraverso la quaterna di compositori classici, ma attraverso tutti e nessuno: si affidava solo ed esclusivamente alla propria capcità di leggere ed interpretare, alla capacità di calarsi in Mendelssohn basandosi solo sulla sua smisurata qualità della melodia, lasciandosi cullare dai trasporti passionali e puntando i piedi sulla decisione del fraseggio, sempre altissima. Anche le semibiscrome acquistano un valore intrinseco, ognuna diversa da un’altra e importante per  se stessa. Basta ascoltare l’op.13 o ancor più il testamento spirituale, quella sorta di requiem per l’adorata sorella Fanny morta, che è l’op.80 in Fa minore, per non riconoscere come le lagrime assai difficilmente non possano scorrere, concentrato di melodie struggenti che rimangono tanto tempo dentro e si dissolvono poco alla volta. 
Nel caso invece della seconda incisione, sostanzialmente per me trattasi di un' altra buona incisione dell’opera quartettistica di Mendelssohn, un tantino sotto quella del Melos che secondo me rimane l’edizione di riferimento, ancor oggi: tanto più per una certa frettolosità nell’enunciazione e nella declamazione, che toglie qualcosa al risultato finale: vedasi per es. l’inizio e lo sviluppo del primo tempo, “Allegro assai”. Ma la chiave di volta è come sempre nell’Adagio: lì si vede lo spessore. E del resto essendo stato concepito da Mendelssohn, questo quartetto, come un Requiem per la sorella, ci si sarebbe aspettati una tensione ed un mesto compatimento maggiore, di quello che si ascolta qui: dei tempi più lenti avrebbero forse giovato maggiormente. Migliori risultati nei quartetti dell’op.12 e 13, creazioni di un autore ancora molto giovane, dove la freschezza delle idee si sposa ad una ricchezza timbrica e cromatica. Qui e anche sostanzialmente nei 3 quartetti dell’op.44, il quartetto si muove molto meglio.

P.D.P. 

domenica 25 settembre 2016

Significato del titolo del blog

Sto ricevendo, da quando mi sono aperto ad alcune comunità di musica su Google +, alcune richieste di delucidazione in merito al titolo di codesto blog: perchè proprio "Conversando con Silvia? Chi è Silvia?".
Precisando innanzitutto che chiunque crei un suo blog ha liceità di intitolarlo come meglio crede, salvo non offendere nessuno, questo è un blog di musica e come tale, se l'ho intitolato "Conversando con Silvia", un motivo ci sarà pure, no? Evidentemente tale Silvia deve avere a che fare con la mia dimensione musicale.
Orbene, la Silvia di cui parlo, Silvia Limongelli, Professoressa di Pianoforte Principale al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (Prassi esecutive e repertori, Letteratura dello strumento, Trattati e Metodi), è rimasta quella che era all'epoca: una donna sensibile, raffinata, appassionata e soprattutto intelligentissima. E' una delle persone speciali della mia vita, assieme a mia moglie, a mio figlio, ai miei genitori e a qualche altro amico carissimo. Pochi gli amici, ma buoni.
Ho una storia personale un po' contorta.Mio padre era un tenorino da chiesa, che avrebbe potuto fare una certa carriera perchè aveva una voce bellissima, ma perse il padre in giovane età e siccome era l'unico che aveva studiato in una famiglia di modeste condizioni, dovette, come era uso nei suoi anni, provvedere innanzitutto alla sistemazione delle sorelle, prima che a sè. Per cui, dopo aver studiato col M° Cavallo canto, dovette sospendere. Nonostante tutto ha cantato ai matrimoni di mezza Bari, quando aveva meno anni di ora (93). Mi ha trasmesso l'amore per la musica classica. Avevamo a casa solo una collezione di LP del Readers Digest, e qualche disco della Callas. Ma siccome vedeva che sentivo in continuazione quei dischi, mi promise che all'ottenimento della licenza Media, me ne avrebbe comprati 4. Detto, fatto. Furono l'inizio di una collezione smisurata, che crebbe soprattutto utlizzando soldi che ricavavo dai compleanni o quando scadevano dei buoni postali.
Alla metà degli anni ottanta ho cominciato a collaborare con un quotidiano che non esiste più, e siccome mi occupavo di musica ho potuto conoscere molti pianisti di cui alcuni sono diventati poi miei amici. Tra questi, appunto Silvia, per molti anni critico discografico presso la nota Rivista MUSICA, e prima ancora per Piano Time.
Con lei ho stabilito subito un'intesa che si è andata rafforzando soprattutto dal punto di vista umano: ormai sono venticinque anni che siamo amici. Un'amicizia che si è andata cementando negli anni, nonostante lei viva a Milano e io a Bari e nonostante ognuno dei due abbia affetti familiari propri.
E siccome oramai è la sola persona con cui parli saltuariamente anche di musica, a lei ho voluto intitolare il mio blog che voglia parlarne, intendendo rapportarmi ai miei lettori con la stessa forza e la stessa delicatezza con cui da molti anni mi rapporto a lei.
E' anche un modo come un altro per ricomninciare a scrivere articoli di musica, cercare in qualche modo di stabilire un ponte virtuale con chi leggerà i miei articoli, mancandomi molto la pratica del giornalismo musicale che ho praticato tanti anni fa, e che ora mi diletto di ricreare qui, sulle mie pagine, in maniera saltuaria.
Talvolta, chi leggerà gli articoli, vedrà delle opinioni espresse, molto diverse da quelle che sono le opinioni ricorrenti: è un blog personale questo, che non intende in alcun modo affossare le idee e i giudizi altrui, ma solo affiancarli ad un'altra prospettiva non meno - voglio sperare - stimolante.

P.D.P.

lunedì 19 settembre 2016

SEONG-JIN CHO: CHOPIN . DGG

Da qualche anno ho perso progressivamente i contatti col mondo musicale live, quello dei concerti, perchè con un figlio ancora minorenne, non riesco ad essere presente laddove un evento si consuma. Non nego che la mia aspirazione più grande sarebbe portarlo appresso con me, cosa accaduta una sola volta negli ultimi anni, due per l'esattezza, quando siamo andati a sentire in una matinée a Bari, il mio amico e testimone di nozze Francesco Libetta, esibirsi al Petruzzelli. Al di là di quest'occasione, sfruttata nonostante mio figlio non fosse del tutto entusiasta, sono anni che non sento un concerto pubblico, e quindi mancano anche le occasioni di confrontarmi con qualcuno.
Va da sè quindi che manchino anche le occasioni di tenermi aggiornato sulle notizie più rilevanti del mondo artistico, giacchè non ho più una grande considerazione delle riviste musicali del settore, molto spesso invase letteralmernte da inserti pubblicitari di case discografiche. Così - il lettore non mi getti appresso una statuetta - è stata una sorpresa sentire in un negozio di dischi una interpretazione del Preludio in Mi Minore di Chopin. 
"Chi è questo qui?" mi son detto. Poi l'ho chiesto e mi hanno detto trattarsi di Seong-.Jin Cho. Ah !, ho capito. Il vincitore - l'anno scorso - dello Chopin di Varsavia! Sì questo l'avevo sentito in giro, ma non avevo mai avuto occasione di sentire nulla, nonostante su Youtube qualcosa si trovasse. Youtube lo uso, ma se devo sentire bene una cosa, la metto nel lettore, oppure - se più antica - sul piatto del mio Thorens. Devo rilassarmi cioè. E sentire. Perciò ho acquistato il suo primo disco DGG, una vetrina del suo Chopin:
PRELUDI op.28 - NOTTURNO op.48/1 - SONATA op. 35 - POLACCA "EROICA" op.53.
L'ho sentito bene. Una prima volta, più veloce. E una seconda più riflessiva. E mi son formato un mio giudizio. Personalissimo, ovviamente.
Che dovesse vincere lo Chopin probabilmente era scritto da qualche parte: il ragazzo ha senza dubbio qualcosa di magico. Possiede una sensibilità e un tocco molto speciale, e la capacità di creare una sorta di sospensione temporale, in cui le note, la nota, sembra sospesa in aria. Questa capacità è molto lampante nei Preludi, in alcuni: a me sono piaciuti moltissimo oltre a quello in Re bemolle maggiore in cui non cede alla tentazione di banalizzare la cosa e in Do minore, i Preludi in Mi minore e La minore in cui ho avvertito proprio questa sua sensibilità particolare, conseguenza di un rubato estremamente originale e di un fraseggio altissimo. E del sapersi abbandonare "in corde".


La particolarità di questa incisione, sicuramente studiata, è che il Notturmo in Do minore op.48/1 sembra essere sullo stesso piano del Preludio n.24 in Re minore, nel senso che sembra continuare il discorso dei preludi, senza un innalzamento dei toni nè tantomeno un livellamento delle potenzialità espressive. Nè tantomento ho notato qui una tendenza ad abbandonarsi ad un che di narcistico fine a se stesso, quanto l'abbandonarsi puro e semplice ed il saper cantare. Perchè qui chi non canta, fallisce. Il Notturno nella sua interpretazione è bellissimo.Non arriva all'interpretazione di Marcel Ciampi del 1929, ma...
Notevole anche la Sonata, che continua il percorso dettato dai pezzi precedenti: anche qui il pianista coreano non si fa prendere dall'emozione di confrontarsi con un pezzo strasuonato, e riesce a imporre la sua idea. Anche qui la sua sensibilità e padrona e la Marcia funebre è veramente triste: è una Marcia funebre, senza essere troppo lenta e lugubre, o più veloce ed eroica. Vorrei dirlo in una parola: è giusta. E' quello che uno si aspetterebbe da un pianista che sente, che studia e che ha già una carriera di almeno venti anni. Cho non ce l'ha. Quindi è lecito chiedersi come questo percorso si sia potuto estrinsecare così impetuosamente e in maniera così netta, in un giovane ventiduenne.
A me viene il sospetto, non del tutto sopito, che il giovane coreano, pur baciato da Dio, per sue doti espressive e tecniche evidentissime che a ragione gli hanno aperto i cancelli e la platea dello Chopin di Varsavia, sia ancora un prodotto di scuola, di altissima scuola e debba ancora in qualcosa maturare.
Sia cioè un prodotto della sensibilità altrui, uno spirito su cui le altrui motivazioni e gli altrui insegnamenti hanno fatto breccia. Non che abbia costruito le sue affermazioni, affinando l'approccio a determinati repertori, per avere successo nei concorsi. Perchè per farli, ha dimostrato di avere capacità non comuni, ma...
Vorrei quindi sentirlo in un concerto, o un disco in cui non suoni solo Chopin. Il suo Chopin. Che è quello dei mezzi toni, dello sfumato, del rubato, del tocco, del canto.
Perchè quando suona l'altro Chopin, quello della Polacca op.53, io non sento più il coreano Cho sentito poco prima. 
Mi diranno che non ho l'orecchio musicale perchè altri gli hanno dato la corona. Chi sono io per criticarlo? Il fatto è che sento un modo di approcciarsi classico alla Polacca, molto à la page.
Può darsi ovviamente che mi sbagli, e chiederei venia. Sono un essere umano anch'io, con la propria sensibilità. Ma qui Cho mi sembra un qualsiasi altro pianista. Niente di veramente originale. La Polacca è suonata come un pezzo eroico, come un pezzo da bis.
Invece io la penso diversamente. La Polacca è un pezzo in tre quarti. E' un pezzo in ritmo moderato: è solenne, maestosa. Non eroica. Paderewski lo suonava in otto minuti , e Cziffra andava molto vicino. Ma il giovane Cho ha sentito Paderewski e Cziffra? Non credo. Paderewski era polacco e suonava una composizione di un polacco. Paderewski era stato un patriota. Era stato Primo Ministro e aveva rappresentato la Polonia alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919, e poi sottoscrisse il Trattato di Versailles. Incarnava un sentire e uno spirito. Cziffra fu un prigioniero politico, internato in campi di concentramento , prima tedeschi, poi ungheresi. Gente che aveva interiorizzato un proprio sentimento, che aveva sofferto.
Cho è giovane. Ha ventidue anni.
Ecco perchè dico che può e deve ancora maturare, confrontarsi con una sua poetica, che sia frutto di sue scelte, personalissime. In cui testa e cuore vadano a  braccetto.
Quando li avrà entrambi, allora...
Avdeeva, con tutto il rispetto, mi sembra avanti di una spanna.
E forse anche di due.

Pietro De Palma