sabato 18 febbraio 2017

Yingdi Sun - Liszt: Sonata, 3 Sonetti del Petrarca, Leggenda n.1 - cd Brilliant,

Una volta il disco era come tagliare un traguardo: ci arrivava chi diventava famoso. Ora lo si fa spesso prima, per prepararsi la strada, come battistrada, è diventato non il traguardo ma l'apripista. In altre occasioni il disco è un premio o almeno la consacrazione di un concorso vinto: per esempio l'Harmonia Mundi fa fare un disco al vincitore del Van Cliburn. La Brilliant non credo sia nella stessa scia, ma a Yingdi Sun, vincitore un Concorso Liszt a Utrecht nel 2005, ha consentito di fare un disco lisztiano nel 2008, con la Sonata,  Tre Sonetti del Petrarca e la Leggenda n.1
Non mi arrogo meriti nè tantomeno mi considero qualcuno, ma capisco subito quando il disco vale e quando non lo è: beh, non capisco proprio perchè egli abbia voluto suonare nel suo primo disco proprio la Sonata di Liszt. Questa non è la Sonata di Liszt, ma la Sonata di Liszt da lui ritrascritta, e ritrascritta anche male. Devo dire che ho faticato non poco dal frenarmi dal fermare il lettore di cd e sentire altro.
Non so se sia la peggiore interpretazione di Sonata lisztiana, ma sicuramente è una delle più brutte:
perchè modifica l'impatto delle dinamiche soprattutto nelle perorazioni drammatiche riscrivendole con propri interventi che lungi dall' accentuare o magari porre sotto una luce diversa l'esecuzione, la modificano sostanzialmente (per esempio  rompendo il movimento delle mani), alterando la fluidità ritmica e sminuendo la portata dei climax. Ho il sospetto che lui volesse accentuare della sonata l'aspetto più lirico che drammatico, perchè quando c'è da cantare, lui si abbandona. Però quando si dovrebbe anche abbandonarsi alla furia, lui non si abbandona. Ecco perchè è una sonata brutta: perchè non interpreta le indicazioni ma le altera sostanzialmente. Dice qualcosa che Liszt non voleva dire. In Liszt la sonata doveva essere ancora una volta l'unione dell'apollineo e del dionisiaco, dell'amore e della morte, del male e del bene. E invece qui questo drammatico contrasto non si coglie minimamente.
I tre sonetti del Petrarca sono molto meglio, anche perchè probabilmente non si viene a scontrare contro un muro altissimo di grandi interpretazioni, e anche perchè le tre composizioni e la leggenda sono momenti in cui il lirismo è più accentuato, in cui l'anima piange di più, e meno c'è il contrasto tra il fortissimo e il pianissimo, la perorazione intensamente drammatica. 
In altre parole dove deve cantare, lui canta. Dove dovrebbe gridare, non grida.
Ecco perchè è un disco lisztiano a due facce.
Brutta  la sonata.
Belli  i Tre Sonetti del Petrarca.
La Leggenda n.1 (San Francesco che predica agli uccelli) va nel senso dell'acquerello, dell'impressionismo delle tinte sfumate. E quindi viene reso in maniera convincente. Avremmo voluto sentire anche l'altra leggenda (San Francesco da Paola cammina sulle acque) in cui invece i contrasti dinamici sono molto forti, come lui si sarebbe comportato. Ho il sospetto che non sarebbe stata la stessa cosa.
Il disco è di nove anni fa. Non so se lui sia migliorato o peggiorato, se la carriera sia avviata oppure no. Certo è che  se non avesse inserito la Sonata ma qualcos'altro in linea con la linea di pensiero, per esempio Les jeux d'eaux à la Villa d'Este, il risultato sarebbe stato migliore.
L'unica cosa buona è che il disco costa poco, per cui casomai non piaccia non viene spontaneo nemmeno essere incavolati, cosa che accade quando il prodotto costa anche parecchio.

P. De Palma








domenica 5 febbraio 2017

Walter Klien: Integrale delle Sonate per pianoforte di Schubert - 3 cofanetti per complessive 18 sonate - VOX

Oggi voglio parlare di una integrale delle sonate per pianoforte di Schubert che mi è molto cara e che reputo una delle migliori integrali in assoluto, tenendo conto che non è una integrale nel senso autentico del termine: quella di Walter Klien.
Innanzitutto chi fu Walter Klien: un pianista austriaco. Io ne ho un ricordo diretto: mi firmò anche un programma di sala, ma non lo riesco a trovare. Di un concerto che tenne alla Camerata qui a Bari, tre anni prima di morire, in cui suonò di Mozart, la Fantasia K.475 e il Rondò, di Schubert la Seconda sonata in la maggiore nella prima parte, mentre la seconda parte fu occupata dalla Sonata 1905 di Janacek. Klien già non stava bene. Non mi ricordo quali furono i bis. L'esecuzione della sonata di Schubert fu assolutamente straordinaria:non so se fosse per l'empatia del pubblico e per lui, che fu un grande pianista degli anni '60 e '70, certo è mi commossi. Probabilmente la natura espressiva del tocco e del bel suono, ma riusciva a toccare le corde dell'intimo, sapeva cantare. Esecuzione straordinaria. Se la ricorda anche Aldo Lotito, avvocato coratino e grandissimo collezionista e melomane, amico mio, che allora non conoscevo e che era presente al medesimo concerto. Anche Janacek fu straordinario (era un suo cavallo di battaglia).
Devo dire che quando morì Benedetti Michelangeli provai minore commozione di quando morì Klien e poi Richter. Eppure Klien aveva studato con Michelangeli!
Con quel ricordo nel cuore, Aldo mi ha regalato qualche anno fa l'integrale che Klien fece nel 1972 per la Vox : 6 CD. Per un caso, me ne ero scordato: l'ho ritrovata a casa dei miei, dove tengo buona parte dei miei Cd e tutti gli LP non avendo altro posto in casa mia per custodirli.
Ora devo spiegare per quale ragione non si stratta di una integrale sensu strictu: la spiegazione vale soprattutto per chi sia un neofita nell'ambito della produzione musicale di Schubert.
Schubert scrisse molte sonate per pianoforte: appartenne ad un periodo storico musicale in cui la Sonata pianistica, formalmente parlando, era la massima espressione pianistica. Non a caso il periodo classico è quello in cui si registra il maggior numero di sonate per compositore: Beethoeven ne compose 32 con numero d'opera più alcune altre classificate con il WoO, per esempio le 3 Sonate del Vecovo Elettore di Colonia , le cosiddette Kurfursten -Sonaten; Hummel ne compose circa otto-nove (anche lì ci sono sonate con numero d'opera e senza e sonate per pianoforte a quattro mani ridotte a due in seguito); Mozart una miriade; Haydn altrettanto; idem per Clementi. Per Schubert la situazione è ancora più complessa perchè oltre che esserci le sonate vere e proprie, ci sono quelle incomplete, quelle frammentarie e altre ancora che si presume fossero Sonate in origine ma le cui parti sono note come movimenti a se stanti: insomma..un casotto.
Klien incise quelle con numero d'opera propriamente tali, ma operò delle cesure incomprensibili. Mi spiego: l'integrale consta di 18 sonate, in cui quella in cinque presunti movimenti (un'anomalia) creata dai musicologi sulla base di documenti e di pezzi di Schubert trovati e creati nei medesimi periodi (D.459) prende il posto di una invece realmente riconosciuta come sonata, la D.567. Posso solo interpretare quest'assenza: il fatto è che Schubert compose due sonate praticamente uguali D.567 (che qui non c'è) in Re bemolle maggiore (una tonalità scomodissima per i tanti bemolle in chiave) e una in Mi bemolle maggiore (idem, ma con un movimento in più: la D.567 è in 3 moviemnti, la sua sorella in 4). Ed ecco perchè non è una integrale "sensu strictu". In più mancano le cosiddette sonate frammentarie, per esempio la D.570 in Fa diesis minore di cui esistono due frammenti di movimenti, uno iniziale piuttosto lungo che si esaurisce per mancanza di soluzioni armoniche, e un'altro ancora più frammentario (sonata di qualità straordinaria). Quella più integrale in assoluto è quella che il pianista cino-francese Noel Lee apprestò per la Telefunken negli anni '70 in LP. Ma questa di Klien è così soave, e così viennese che reputo forse la migliore assieme a quella di Brendel, un amico suo, che con lui incise alcune composizioni per pianoforte a quattro mani sempre di Schubert e sempre per la Vox. Klien nel caso della cosiddetta Sonata Reliquie, in Do maggiore, D.840, è invece estremamente ligio alle regole non scritte e suona solo quello che è di Schubert: infatti in quel caso gli ultimi due movimenti non sono terminati e pertanto si è provveduto a seconda dei casi a suonare la Sonata con tre soluzioni differenti: a suonare solo quello che è finito (i primi due movimenti); a suonare tutto quello che Schubert ha composto (i due movimenti finiti più gli abbozzi degli altri); a suonare i quattro movimenti completandoli. In questo caso tuttavia, se l'idea dà una certa idea di come sarebbe potuta finire la sonata (applicando i principi armonici), è però problematico accettarla perchè non è detto che Schubert avrebbe operato le scelte del revisore: infatti lo Schubert pianistico è così amato dai pianisti e dal pubblico e dai critici perchè operava dei cambi armonici inaspettati (persino più rivoluzionari di Beethoven) andando a pescare delle tonalità lontanissime da quella d'impianto.
Come considerazione sul valore di questa integrale che è in CD, devo dire che è interpretata nello spirito austriaco, e quindi a parere mio è la più vera (assieme a quella di Brendel). Quando ero giovane mi piaceva moltissimo (oddio mi piace ancora, ma meno!) Richter, soprattutto il Richter schubertiano. Solo che Richter drammatizzava la sostanza laddove non era tale aggiungendo anche lo spirito russo che è pesante, plumbeo, pessimista: ora invece mi piacciono le interpretazioni più viennesi. Questione di gusti.
Di quest'integrale mi piacciono particolarmente la Sonata op.42 e la D. 664 "La Piccola Sonata in la maggiore" che mi ricordano Schnabel, lo Schnabel pianistico schubertiano degli anni '30, e le sonate biedermeier di Schubert: la D.557 in La bemolle maggiore, la 625 in Fa minore (di cui ricordo una bella interpretazione di Paolo Bordoni, LP EMI italiana) e la 568 in Mi bemolle maggiore. La 537 in La minore mi ha ricordato quella di Benedetti Michelangeli, che però era "più nera". La D.959 ottima e sentita col cuore, espressiva, manca però dell'afflato che aveva nell'esecuzione dal vivo. Anche perchè queste incisioni datano 1972. Io Klien lo sentii a Bari nel 1988, quindi a distanza di sedici anni da queste incisioni, sedici anni in cui può cambiare tutto o quasi.
Quello che è comune nelle due interpretazioni è il modo di suonare, la chiarezza del tocco cristallino, pulito, che per Schubert è il massimo.
Diciamo che Klien pur avendo inciso molto, ha fornito qui la sua interpretazione migliore in assoluto.
Ecco perchè questa se non è la migliore integrale in assoluto, è una delle migliori.

Pietro De Palma

giovedì 2 febbraio 2017

Sergio Fiorentino : Piano Recitals : 1962 - 1987. Unreleased Broadcasts. Debussy, Schumann, Ravel - 2 CD Fabula

Quando ho detto dei 10 volumi della APR e dei 4 della Piano Classics non intendevo dire 10 CD e 4 CD, o meglio poi il contributo della APR è effettivamente di 10 Cd, ma quello della Piano Classics no: infatti solo il quarto volume della Piano Classics ne conta dieci. Sono molto di più quindi.
Parecchi sono quelli relativi alle ultime sessioni del settennio 1991-1998, anche concerti live, ma Fiorentino incise molto dal 1954 al 1967 in Inghilterra: si parla di una trentina di LP. Pare che parecchio sia andato a finire nelle incisioni su CD, ma non credo tutto.
Qua e là ogni tanto si vede dell'altro: per esempio due volumi di cui io posseggo sono uno, relativi a concerti di Fiorentino con la RAI e in Italia. Sono due volumi della Fabula, casa discografica di cui Direttore Artistico è (era) Carla Di Lena. Ignoro se Fabula sia ancora operante: Carla Di Lena invece dovrebbe ancora insegnare Pratica e Lettura pianistica al Conservatorio de L'Aquila. Mi ricordo che scriveva su Piano Time negli anni '90. Ho un ricordo legato a lei (che non conosco beninteso).
All'epoca conoscevo e frequentavo sporadicamente Piero Rattalino, che allora era una potenza in Italia: basta dire che curò tutte le registrazioni di Glenn Gould effettuate da Mosaingeon, per la RAI. Aveva al suo attivo almeno tre serie di conversazioni radiofoniche - Schumann, Chopin e Liszt - oltre che altro per la Radio - si parla di un ciclo in cui discuteva di incisioni con Risaliti e altra persona che non ricordo (cose di tantissimi anni fa, quando ero giovane). Ma era attivo anche nella carta stampata: infatti era curatore di Piano Time, collaborava con Musica e addirittura divenne Direttore Artistico di Symphonia (prima che finisse nella polvere: peccato!). A metà degli anni '90 curò una mostra che si tenne a Brescia, che andai a vedere, su Arturo Benedetti Michelangeli: "Il grembo del suono", altamente spettacolare: c'era persino una sala un pò mortuaria con calchi delle mani di grandi pianisti. Insomma era uno impegnato. Io ero amico della sua compagna di un tempo, e gli avevo fatto delle copie di cose che avevo io, molto particolari, Biedermeier. Una volta disse a Emanuele, a cena con Risaliti, che se ci fosse stata in Italia una setta del Biedermeier, De Palma - cioè il sottoscritto - ne sarebbe stato il Gran Maestro. Un giorno, a pranzo a Milano in una pizzeria, dopo che gli ebbi fatto vedere delle cose che avevo acquistato dalla Bottega Discantica , tra cui mi ricordo un disco della MDG tedesca con le sonate di Reubke e quella di Norbert Burgmuller, un CD della Opal con Severin Einsenberger e uno Opal di Petri (dovrebbe essere quello blu) - che mi dicono essere molto raro: meglio! - mi propose di curare una rubrica su PianoTime, rivolta alla Storia della Interpretazione discografica pianistica. Io ne fui lusingato, ma prima che il primo articolo fosse pubblicato, circa tre mesi dopo, mi annunciò che PianoTime avrebbe subito ridimensionamenti e seppi di lì a poco che Carla Di Lena non vi lavorava più: figurarsi se avessero preso me! Fine del mio contributo con PianoTime (mai inziato veramente).
Ho parlato di Carla Di Lena, perchè intervistò anni fa proprio Fiorentino (l'intervista è su youtube mi pare)  a riguardo del grave incidente. Anni dopo consegnò alle stampe, a morte avvenuta, questi due volumi.
Quello in mio possesso, di colore blu, è relativo a Piano Recitals tenuti in Italia tra il 1962 e il 1987.
Si tratta di incisioni è bene dirlo ECCEZIONALI.
Solo il Debussy inciso, live, basterebbe a giustificarne l'acquisto (per di più costavano poco!ora invece....): Estampes, L'isle joyeuse. Images I e II ! C'è una tale rarefazione e un tale bel suono - un cromatismo accentuato e l'attenzione al tocco - e un tale intimismo, che mi ricordano i grandi pianisti degli anni '30 e '40: se devo dire la verità, mi ricorda molto Gieseking!
Queste incisioni, tutte live, sono tratte da un concerto a Milano, nel Circolo  della Stampa RAI (26 marzo 1962).
IL CD 2 invece è dato dal riversamento delle registrazioni di due concerti napoletani: il primo del Dicembre 1973, solo con Kreisleriana di Schumann; il secondo con un tutto Ravel (Menuet, Prélude, Borodine, Valses, Gaspard de la nuit) del Febbraio 1987.
Schumann è bellissimo ma triste ed è molto intimista: manca qui quell'elettricità presente nelle altre registrazioni che sono live, mentre questa fu effettuata in studio. Fu effettuata alla RAI, per cui non so se fosse per una trasmissione radiofonica oppure per una ripresa televisiva, di quelle che allora la Rai faceva (io ho parecchio, tra cui un rarissimo Ciani). E'uno Schumann velato di tristezza, non epico, parecchio trasfigurato invece. Francamente è una delle più belle incisioni che io abbia mai sentito di Kreisleriana.
Ultima registrazione, quella effettuata sempre a Napoli, nell'Auditorium della RAI, nel 1987 e dedicata Ravel.
Fiorentino amava Ravel e lo si sente! Soprattutto in Gaspard de la nuit!
E' un'esecuzione spettacolare, virtuosistica, ma anche molto nera, che ricorda molto il Liszt demoniaco dei Mephisto Waltzes.
E ricorda ancora una volta quel Gieseking che lui aveva sentito più volte dal vivo. E' un'esecuzione così frizzante, così ritmica, così esplosiva, così veloce, che non la si scorda più !

P. De Palma

Un grande interprete. SERGIO FIORENTINO

 I libri sono importanti per allargare le proprie conoscenze e questo è indubitabile, ma non sempre costituiscono una fonte assoluta di conoscenza. Per esempio, quali sono le fonti in Italia di repertorio storico pianistico? Quasi esclusivamente le opere di Piero Rattalino, che si può dire abbia fondato in Italia la storia del repertorio pianistico. Su cosa si basa? Sui programmi da concerto, e su tutte le altre fonti possibili tra cui ovviamente le registrazioni. Se uno è grande ci saranno pur sempre della sue registrazioni, e per quanto la critica sia sempre soggettiva, e i critici possano sbagliare (e sbagliano), esse daranno il metro della sua statura di artista. Però non sempre questo accade.
Un pianista stranamente nei libri di Piero Rattalino non è mai stato menzionato e se lo è stato, si è trattato di menzioni sporadiche: eppure Arturo benedetti Michelangeli, dopo la sua vittoria a Monza nel 1947, ebbe a dire che era "il solo altro pianista", oltrelui, è ovvio. E Horowitz che lo sentì in concerto a New York, fu molto impressionato. Eppure, i libri di repertorio pianistico e di storia dell'interpretazione non lo menzionano. Perchè? Per quale motivo nessuno parla di Sergio Fiorentino?
Perchè fu sfortunato: perchè quando probabilmente avrebbe riscritto la storia dell'interpretazione pianistica, almeno per quanto riguarda l'apporto italiano (molto marginale, se si vede come i grandi pianisti del secolo scorso siano stati oltre lui solo Michelangeli e Zecchi: solo che di Zecchi abbiamo lontanissime registrazioni e di Michelangeli...sempre le stesse), nel 1953 l'aereo su cui stava arrivando in aeroporto ebbe un incidente e lui, pur salvandosi, riportò lo schiacciamento di una vertebra. All'inizio non ebbe problemi ed incise moltissimo, ma poi... Insomma se non avesse ingessato la vertebra, sarebbe rimasto paralizzato.
Estromesso dalla carriera, da quella carriera di cui sarebbe stato un interprete sensazionale, si dedicò solo all'insegnamento, riprendendo solo negli ultimi dieci anni di vita,  l'attività concertistica, mietendo successi in Germania e USA, dopo aver suonato in molti piccoli centri (anni fu ci fu pure una sua masterclass vicino Bari). Ma mentre si stava riprendendo un poco di quella messe che gli era stata tolta dal destino, ebbe un infarto e così lo perdemmo per sempre.
Napoletano, come Ciccolini, era amatissimo dai colleghi: quanti amici, parlando di Fiorentino, ne hanno sempre parlato bene!
Mi ricordo di quando io mi basavo solo sui testi di Rattalino: non riuscivo a capire come alcuni pianisti di fama non vi fossero menzionati: non solo Earl Wild, ma anche Ciccolini.
Mi ricordo che il primo da cui ne sentii parlare fu Emanuele Arciuli (che aveva studiato con Marvulli). Io allora non sapevo chi fosse mai Fiorentino. Ma poi sentivo che ne parlava tanta altra gente e aguzzai le orecchie. Tuttavia potei capire chi fosse, o chi fosse mai stato, quando mi capitarono sotto gli occhi alcuni suoi dischi, che probabilmente Rattalino non conosceva. Il fatto è che molta roba che incise, è stata messa a disposizione solo in un tempo posteriore, a noi molto vicino. E quindi la sua interpretazione solo da meno di vent'anni a questa parte è stata oggetto di studio: prima non c'erano fonti o se ce n'erano erano molto rare.
Interprete sommo di Rachmaninov e di Liszt, ancora a sessant'anni suonati, quando riprese nel 1991, era capace di dare spettacolo. Io lo sentii a Bari nel 1992 all'Auditorium Nino Rota.
Su youtube c'è la testimonianza di quella serata: 1^ concerto di Brahms (che in quegli anni suonava anche in giro Lazar Berman)
Alcune sue registrazioni del suo periodo d'oro, prima del ritiro, pubblicate da APR, danno il metro della sua arte: francamente il suo Grand Galop Cromatico si può mettere forse solo a paragone di Czyffra, ma in un pezzo del Liszt virtuoso Fiorentino è grandissmo ed è il solo punto di riferimento: la Grande Fantasia su la Campanella, un pezzo di tale virtuosismo che chi l'ha inciso in tempi recenti (Mezzena prima, e Baglini poi) non è riuscito minimamente neanche ad avvicinarsi al maestro napoletano.
Il suo Terzo di Rachmaninov è mostruoso. Pensate che lo replicò cinque volte in una settimana in Germania, alla ripresa dell'attività: la sua energia fisica aveva un qualcosa di portentoso! Quale pianista anche più giovane è capace di suonare cinque volte in una settimana, in concerto il Rach 3 ? Io sin'ora non ne ho visto nessuno!
Aveva in repertorio tutto Beethoven, tutto o quasi Liszt, tutto Rachmaninov (eseguito in quattro serate a Napoli negli anni '80), tutto Chopin, tutto Bach.
Un pianista monstre insomma: l'ultimo grande dinosauro italiano. Che ricordava moltissimo quando era giovame Rachmaninov.
Di Fiorentino si trovano registrazioni video su youtube (straordinaria seppure fatta con mezzi di fortuna è quella delle Variazioni su un tema di Haendel di Brahms; o l'intero terzo di Rachmaninov, che suonava a settant'anni in meno di quaranta minuti), poche però veramente live.
Chi volesse farsi un'idea di chi egli sia stato, deve necessariamente rivolgersi ai dieci volumi APR e ai quattro della Piano-Classics tedesca.

Pietro De Palma








venerdì 20 gennaio 2017

Integrale Concerti Pianoforte e Orchestra di Beethoven - Leon Fleischer/ George Szell, Cleveland Orchestra (Isaac Stern, Leonard Rose, Eugene Ormandy/ Philadelphia Orchestra) - SONY

Tempo fa parlai di una grandissima incisione della EMI (ora Warner) del Triplo Concerto di Beethoven, quella di Karajan/Richter, Oistrach, Ostropovich. Allora ritenevo fosse la migliore. Oggi non ne sono tanto sicuro, o almeno lo sono in parte: questo perchè un amico mi ha regalato un cofanetto con l'integrale dei Concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven, comprendente anche il Triplo. Si tratta di una serie di incisioni CBS poi riprese da SONY, con Leon Fleisher al pianoforte e la Cleveland Orchestra diretta da George Szell.
Chi non ricorda la mitica incisione di Fleischer con medesima orchestra e medesimo direttore del Concerto di Grieg? Beh, queste sono altrettanto mitiche incisioni. Sarebbero state ancora più mitiche se l'integrale lo fosse stata davvero: se cioè avesse compreso anche il giovanile concerto op.0, la trascrizione per pianoforte e orchestra del concerto per violino e orchestra (esiste un'incisione rarissima di Pollini) e soprattutto la Fantasia op.80 per pianoforte, coro e orchestra. Comunque sia. già così, si tratta di una grandissima incisione: basti sentire cosa faccia Fleisher nel primo movimento dell'Imperatore per riuscire a cpaire cosa io intenda dire. Ma in generale, Fleischer, il Fleischer di queste incisioni, è quello che la storia ci ha consegnato prima che venisse colpito da una focale distonia alla mano destra che ne limitò per molti anni successivi l'attività concertistica e discografica. Queste incisioni sono tuttavia quelle realizzate al massimo della sua fama, negli anni '50.
E' un Fleischer con una grande musicalità, che esprime abbandonandosi  nei movimenti lenti e dando invece il meglio delle sue elettriche ed atletiche performances virtuosistiche nei finali brillanti. Ma è anche un'interprete con un grande senso del ritmo che porta a vette inarrivabili. Con Szell e la Cleveland Orchestra raggiunge una simbiosi ed un equilibrio perfetto, vorrei dire miracoloso: quell'orchestra nelle mani di Szell diventò qualcosa di unico, forse la migliore orchestra americana che sia mai esistita.
Si tratta dunque di una notevolissima integrale.
Che acquista ancor maggiore rilevanza, quando parliamo del Triplo, che a parere mio può dirsi interpretazione americana antitetica a quella europea di anni dopo (dovremmo dire meglio che quella russo-tedesca si contrappose a questa). E' una incisione anche questa notevole, che esplora l'altra faccia del Triplo: lì abbiamo l'incontro di quattro artisti al massimo della loro fama, quattro virtuosi, quattro mostri sacri, riuniti in occasione di questo concerto: Karajan, Oistrach, Richter, Ostropovich. Qui abbiamo l'incontro di quello che al tempo era uno dei pianisti americani migliori (Leon Fleischer), pianista peraltro di solidisisme basi teoriche, affinate con Schnabel di cui diventò allievo, e da cui ereditò una prassi concertistica beethoveniana c he discendeva attrraverso Czerny da Beethoven stesso (ed ecco perchè le interpretazioni del Fleischer beethoveniano ci paiono più liriche che romantiche) con una formazione cameristica per trio, strafamosa: Stern, Rose, Istomin (da cui mancava il pianista cioè Istomin, qui sostituito da Fleischer).
E' cioè l'estrinsecazione del Concerto per Trio cameristico ed orchestra: qui l'incontro tra un complesso cameristico che suonava all'unisono e il pianista di San Francisco ci consegna un'interpretazione in cui l'afflato è sempre teso e vibrante e nello stesso tempo raccolto, in cui i concertisti suonano non contrapposti gli uni agli altri ma assieme in una mirabile unità. Ai quattro è qui contrapposta non la Cleveland orchestra ma la Philadelphia diretta da un altro mostro sacro americano dell'epoca, Eugene Ormandy.
Non so francamente se il cofanetto si trovi ancora.
Tuttavia esiste una integrale SONY che raccoglie tutte le incisioni CBS (Epic e Columbia Masterworks) di Fleischer, che è una delle cose più rimarchevoli che si possa acquistare.
Da sentire.

Pietro De Palma

venerdì 30 dicembre 2016

Gregorio Nardi interpreta Cherubini e Haydn - LImen, 2012 (CD + DVD)



Assieme ad altri dischi, il cofanetto della Limen dedicato a Chrubini e Haydn interpretati da Gregorio Nardi (contenente CD e DVD come di prammatica), l’ho ricevuto tempo fa, ma finora non ho mai avuto né il tempo né la volontà di parlare di queste incisioni. La ragione è semplice: si tratta di opere classiche, e io quando mi rapporto con opere classiche ho bisogno di tempo per metabolizzarle. Un po’ la stessa cosa che mi accade quando mi rapporto a musica contemporanea, anche se per motivi diversi: la musica contemporanea devo capirla, la musica del periodo classico devo interiorizzarla. Mi ci devo immergere: non è un processo immediato, come quando mi capita di sentire musica biedermeier o romantica, quando il mio grado di acquisizione è immediato. E’ anche la conseguenza del fatto che quelle musiche suonano con me.
La musica dei compositori classici devo invece forzatamente interiorizzarla per poi sentirla mia. Forse anche perché riconosco che quel tipo di musica è la più difficile in assoluto, per valori di astrattezza e concettualità, in grado di superare le barriere del tempo e dello spazio, e sapersi imporre a distanza di sessanta-settanta anni, in grado persino di anticipare stilemi o idee. Non a caso i compositori della seconda scuola di Vienna, parlo di Berg o Webern, guardarono al Beethoven dell’ultimo periodo (le Variazioni su Diabelli, le Bagatelle op.126, la Sonata op.111, La Grande Fuga op.133, i Quartetti op.131 e 135) come propria origine e comunque come un compositore vicino alle proprie idee.
Mi ha sempre stupito questa capacità proprio dei compositori del periodo classico di saper guardare avanti: probabilmente, ma non ne sono sicuro, questa capacità era mediata dal fatto di vivere in quel grande periodo che fu l’Illuminismo. Guardavano avanti, liberi dentro da costrizioni se non quelle del loro grande spirito, e come tali erano liberi di cercare vie nuove: non a caso, molti di loro precorrono i tempi , e non solo Beethoven. Parlo di Dussek, che influenza lo stesso giovane Ludwig e compone una Elegia funebre in memoria di Luigi Ferdinando di Prussia, in un linguaggio che è sicuramente già emotivamente romantico. Parlo di Frederick Pinto che compone delle sonate per forte-piano già romantiche nel senso stretto del termine (sonata in do minore; sonata in mi bemolle minore: da notare l’arditezza di una tonalità siffatta, non comune). Parlo ovviamente di Muzio Clementi, che influì su Beethoven e su molti compositori successivi, con una propria scuola (Moscheles, Field). Parlo ovviamente di Cherubini.
Proprio a Cherubini è dedicato il cofanetto di Gregorio. Non voglio dire che le opere di Haydn siano secondarie, ma è innegabile che il motivo di richiamo è il Capriccio (che poi è una Fantasia di tipo improvvisatorio) di Cherubini, opera mai veramente entrata in repertorio per la sua estrema difficoltà di essere inserita in un certo contesto, come peraltro tutte le Fantasie non maturate nel periodo romantico: sono mai entrate in repertorio la Fantasia di Beethoven o quella di Clementi?
La storia del ritrovamento di quest’opera di Cherubini è nota: fu trovata nel catalogo posseduto da Cortot, ma successivamente è stata praticamente dimenticata, fin quando non venne riscoperta da Pietro Spada nel 1983 e incisa su LP della Cetra. Successivamente, nel primissimo periodo dei Cd, in cui ci fu in Italia un certo fervore di iniziative discografiche, Pietro Spada riprese il Capriccio inserendolo in un’integrale con la piccola Fantasia per organo e le sei sonate (sonatine). Da allora nuovo silenzio, finchè all’alba del nuovo millennio, pare che un certo risveglio a favore dell’opera di Cherubini ci sia finalmente stata.
Parlo in siffatta maniera, perché il Capriccio è una vera e propria summa, una improvvisazione libera da pensieri, concetti e forme: è tutto e niente nel tempo stesso, e quindi può dirsi a ben ragione un lavoro monumentale e concettualmente rivoluzionario, arditissimo e libero da ogni preconcetto, in cui lo spirito di Cherubini, vaga senza sosta. E come ogni opera che trascende essa stessa, precorre i tempi. E’ un’opera del 1789, l’anno della rivoluzione francese. Può aver influenzato la rivoluzione, il sovvertimento dei principi della monarchia assoluta e del rigido conservatorismo cattolico post tridentino, su questo provincialotto di natali fiorentini, che a Parigi risiedeva in quanto chiamato dalla Massoneria a comporre? Io penso di sì. Ma al di là di ciò, se mi pare probabile la spinta visionaria della rivoluzione che abbatte i vincoli e dà la possibilità a qualunque uomo di divenire arbitro di se stesso, come nella più pura tradizione illuminista, Cherubini sonda territori mai sondati prima con un’opera che si chiama Capriccio, ma che è più propriamente una Fantasia monumentale in cui una quantità indescrivibile di idee, ognuna libera da legami con le altre, è di per se stessa importante:  anticipa la drammaticità beethoveniana (Cherubini fu ritenuto il più grande compositore drammatico del suo tempo da Beethoven stesso), anticipa la trasudante semplicità melodica di Schubert in un Andantino che potrebbe essere stato benissimo scritto dal viennese trent’anni dopo, ma che risuona un po’ come i motivi che avrebbe cantato col violino Paganini vent’anni dopo. C’è una evidente estrinsecazione contrappuntistica e al tempo stesso la realizzazione che la rivoluzione che Muzio Clementi aveva impresso al forte-piano, strumento che godette in quegli anni di una vera e propria ascesa e conquista di consensi, con l’applicazione di un  virtuosismo pianistico che fece notevoli proseliti (Beethoven stesso), aveva fatto anche un'altra vittima. In questo lavoro di Cherubini sono evidenti le ottave spezzate, per cui Clementi e la sua scuola furono famosi, e che fecero scuola, influenzando anche le ottave beethoveniane. Ma la cosa che lega di più Cherubini a Beethoven, è la solenne fuga finale che anticipa quella della Sonata op.106.
Cherubini doveva conoscere sicuramente le sonate dell’op.2 di Clementi e in particolare la sonata op. 2 n.2. Ma anche Clementi dovette conoscere Cherubini e la sua opera, se gli dedicò lo Studio n.50 bis del Gradus, un Canone, e le Sonate dell'op.50 (la terza "Didone abbandonata" possiede un patetismo lirico e classico, più vicino a Cherubini che non alle opere precedenti dello stesso Clementi).
Francamente, fiorentino Nardi, fiorentino Cherubini, romano Clementi, esuli entrambi in terra straniera, un’incisione che li avesse accomunati sarebbe stata perfetta. E non credo, conoscendo Gregorio, che l’idea non l’avesse accarezzato, nella genesi discografica. Non può non aver messo assieme Clementi e Cherubini, due dei più grandi compositori italiani per tastiera, nei suoi pensieri. Ma…mi son chiesto più d’una volta, per quale motivo poi non è seguita la realizzazione? Mistero. Risolto solo sentendo il consueto e illuminante commento, una sorta di guida all’ascolto, che Gregorio, finissimo studioso e musicologo, acclude ad ogni sua incisione. Solo così ci si spiega perchè accanto a Cherubini, non sia stato messo Muzio Clementi e /o Giovanni  Marco ( Maria) Rutini, un altro innovatore (precedente) della tecnica, allora solo clavicembalistica, fiorentino di natali e di morte, ma di scuola napoletana (avendo studiato con Leonardo Leo a Napoli).
Ecco allora Haydn. Perché Haydn ?
Evidenzio i possibili contatti tra i due musicisti, giacchè Gregorio Nardi è famoso per la concettualità dei suoi programmi: se mette due cose assieme è perché esiste qualcosa che le accomuna.
Radici massoniche? Entrambi Cherubini e Haydn erano massonici (anche Mozart), amici.
Entrambi erano esuli : Haydn a Londra, Cherubini a Parigi.
Entrambi sono tra i primi a dare a temi popolareschi una santificazione da parte della musica importante.
Di quest’ultimo aspetto c’è in effetti un richiamo nel Capriccio di Haydn, presentato da Gregorio: una serie di variazioni anche contrappuntistiche su una sciocchezzuola, un tema popolare. Gregorio lo mette al centro della rivoluzione haydniana, in quanto composto molto prima dell’attribuzione dell’opera: scrivendo un’opera basata su un tema popolaresco, cosa che diventerà sua peculiarità quasi, Haydn getta le basi nel 1765 dell’ondata che porterà i compositori nazionali a rivendicare il patrimonio delle proprie terre: Paganini prima, Schubert e Weber poi, Liszt, fino ad arrivare a Dvorak, Bartok e Martinu. Non si capirebbe però per quale motivo poi inserisca l’Andante & Variazioni (La Sonata in fa minore) e le ultimissime (l’ultima composizione pianistica da lui ideata ) variazioni sull’inno nazionale austriaco da lui stesse composte in onore del Kaiser Franz. Potrebbe essere la natura intima delle opere? Le Variazioni? Tutte e tre le opere contengono in sostanza delle variazioni. Ma poi, perché?
In realtà Nardi suona queste opere e le inserisce nel disco perché ancora una volta l’elemento del ricordo, della rimembranza dei nonni, che vivono in lui e lo accompagnano ogni giorno nel suo studio in via delle Pinzochere (quattro pianoforti, tappeti, quadri, libri: sembra di essere nel famoso quadro di Josef Danhauser, dove Liszt suona il piano e gli sono vicini tutti i suoi amici, da Rossini a Czerny, a Marie d’Agoult) possa estrinsecarsi: tutte le opere haydniane presentate sono legate al ricordo dei suoi nonni, oppure a quelli di Buonamici di cui il nonno era stato allievo, e siccome Buonamici lo era stato di Liszt, ne deriva che Nardi è uno degli ultimi eredi della scuola lisztiana, diciamo della prassi lisztiana.
Sorprende come suoni la Sonata in fa minore, perché normalmente quest’opera che ha un richiamo funereo (lo spiega lui  molto bene nelle note a voce), nell’interpretazione di Nardi suona più disinvolta, non legata a qualcosa di tragico. Ora, per come lo conosco io, Nardi è un pianista estremamente concettuale, forse il pianista più intellettuale che conosca, e quindi se suona un brano in un certo modo, non è perché si alzi la mattina così, o perché una tradizione pianistica esecutiva abbia fissato un canone interpretativo: deve esistere qualcosa. Per quale motivo – pensavo – Gregorio l’ha suonata così? Ho dovuto aspettare la fine del Video (a me piace quando c’è il video, vedere il dvd e non sentire il cd, perché l’esperienza visiva unita  a quella sonora, rivela tante piccole cose che sfuggono: l’espressione per esempio del pianista), per capirlo: Nardi inserisce Haydn nella grande tradizione illuminista, e come tale gli attribuisce quella saggezza che solo i grandi padri hanno, nel riconoscere che la morte è solo un passaggio.
Nardi riconosce in Haydn il compositore più vicino a lui, e forse qui si spiega la predilezione per l’austriaco. In sostanza Nardi è un intellettuale molto profondo ma che non ha perso la freschezza del fanciullo, che condivide con Haydn il senso di immediatezza e anche la solitudine interiore. Per come lo vedo io, Gregorio legatissimo al territorio in cui vive, condivide con altri personaggi della cultura musicale italiana (Pollini, Isotta, Principe, etc..) il senso di appartenenza alla tradizione e cultura di area mitteleuropea, anche in quanto ultimo allievo di Kempff. In Gregorio tuttavia, la cosa è mediata dalle sue origini: più che a Bernhardt o a Thomas Mann, Nardi è vicino alla cultura classica di area tedesca: a Hoelderlin e a Novalis. Come tale, la scelta di Haydn può avere una prima spiegazione. Tuttavia la vera essenza del disco, la comunanza di intenti, il nesso interstrutturale tra Cherubini e Haydn lo devo cercare nella natura di interprete: avevo detto prima che Nardi è l’interprete più intellettuale che conosca. Per certi versi è molto vicino a Pollini: entrambi si rifanno culturalmente all’area tedesca ed entrambi sono versati alla musica contemporanea. Tuttavia la cosa più singolare che condividono, è l’attenzione più che alle grandi forme musicali, a quelle piccole, alla microstruttura, ai legami nascosti e intimi tra le varie sezioni (vedere per esempio l’interpretazione delle ultime tre sonate beethoveniane di Pollini a Salisburgo, nel 1996).
L’opera di Cherubini è giustamente un’opera monumentale, ma che è formata da molte sezioni, da moltissime idee, da molti nuclei che entrano in relazione con altri, a formare delle connessioni strette e singolari. Le opere di Haydn, presentate, non sono altro che la sommatoria di sezioni , di parti più piccole, le une rapportate e connesse alle altre.
E’ questa l’anima del disco?
Non lo so.
Certamente il Capriccio di Cherubini è più vicino alle opere di Haydn (che è pur sempre un compositore coevo) che non a quelle di Beethoven (semmai è Beethoven che è vicino a lui). Ecco perché, pur essendo pur sempre interessante, la proposta di Davide Cabassi di accostare il Capriccio di Cherubini alle Sonate op.27 di Beethoven, mi lascia perplesso. Non tanto per la struttura della forma, quanto per l’afflato che le possa legare.
Coincide con la pubblicazione Limen con l’anima dell’interprete?
Sicuramente.
Ma penetrare in Gregorio è difficile. Non è mai quello che potrebbe sembrare. Bisogna avere pazienza: il premio è riuscire ad entrare in un mondo che può diventare anche il tuo, se rispetti gli altrui principi.
Inutile spendere molto sul valore dell'interpretazione: molto intensa e partecipata.

Pietro De Palma

sabato 10 dicembre 2016

Muzio Clementi: P. Spada, C. Mastroprimiano, V. Horowitz, M. Tipo, L. Berman, N. Demidenko, V.Vitale

Quanto ero poco più che ventiseienne, uscì l'integrale in Cd dell'opera pianistica di Muzio Clementi, realizzata da Pietro Spada per la Frequenz, che era una casa discografica italiana, che pubblicò anche altro sempre suonato da Spada, ad esempio Cherubini e Bach, e che, oltre a cimentarsi in CD DDD, pubblicava parecchio materiale storico di classica e anche qualcosa di jazz.
Chi meglio di Pietro Spada avrebbe potuto interpretare Clementi? Perchè ? Perchè Spada, che oltre a pianista era ed è un noto musicologo ed editore ed uno dei massimi conoscitori dell'opera di Clementi al mondo, aveva curato la pubblicazione di tutte le opere del compositore di natali toscani, tra cui parecchi inediti. Del resto prima di Spada, solo una aveva cercato di incidere tutte le sonate di Clementi: Maria Tipo. Erano usciti, che io ricordi, quattro cofanetti di LP, con parecchie ma non tutte le sonate. Una quasi integrale che aveva lasciato parecchi (tra i quali il sottoscritto, che ha tali cofanetti) con l'amaro in bocca. Quando la Tipo aveva realizzato quelle incisioni per la Nuova Fonit Cetra, era un'affermata interprete classicista, soprattutto di Beethoven. Quindi la scelta di affidarle Clementi era perfettamente legittima e capibile. Ancor oggi alcune di quelle sonate sono meravigliose da scoltarsi. Ahimè lasciò l'opera incompiuta. Ecco allora Spada.
Occasione troppo ghiotta per il collezionista e l'amatore di papparsi tutta l'opera clementina (o quasi). Invero era una integrale che comprendeva tutte le Sonate e tutti i Capricci, ma non tutto tutto (tanto per intenderci): mancavano parecchi pezzi sciolti, il famoso Gradus di Studi,  le Monferrine, oltre a taluni set di variazioni. Tuttavia questa edizione fu, almeno a mio parere, un successo, sia nelle intenzioni di Spada (intenzioni filologiche) sia nella lungimiranza dell'edizione discografica: che io sappia, infatti, questa è l'unica opera, o una delle pochissime al mondo che dalla data di pubblicazione ad oggi sia ancora rinvenibile in qualche negozio. Parecchie edizioni di pregio della DGG, della DECCA e della PHILIPS sono oramai introvabili, ma questa controcorrente è ancora trovabile. Perchè? Per una fortunata serie di eventi che coincise con l'acquisto di molte incisioni della Frequenz da parte della Tedesca ARTS, anche l'integrale di Clementi suonato da Spada, fu rieditato da ARTS e riproposto in una edizione con marchio diverso. Ancor oggi, è possibile trovare materiale della ARTS.
Con la ARTS, Spada realizzò poi il completamento dell'opera pianistica di Muzio Clementi, incidendo, tre CD complementari comprendenti il GRADUS, Le Monferrine, e di tutto il materiale spurio. Se per la realizzazione dell'Integrale di Sonate e Capricci, era ricorso alla collaborazione di Giorgio Cozzolino (per quanto riguarda i Duo), per i Duettini, incisi nei restanti tre CD, si avvalse della collaborazione di George Darden.
Con la pubblicazione dei tre CD, Spada può dire di aver inciso una integrale perfetta, e questo perchè Spada oltre ad aver inciso le opere, ha curato anche la pubblicazione di opere: non tutti sanno infatti che il pianista è anche un importante editore dell'ambito editoriale di musica stampata.
L'integrale di Spada è pertanto a mio parere necessaria per chi ami Clementi pianistico, perchè qui trova tutto, anche le incisioni di edizioni variate rispetto a quelle maggiormente conosciute.
Pietro Spada, che incise anche con la RCA negli anni sessanta (ho un Lp di Liszt, ma ne fece un'altro con la Fantasia quasi sonata), è conosciuto solo dagli addetti ai lavori, ma è stato uno dei più attivi pianisti italiani, avendo inciso oltre a tutta l'opera di Clementi, tutta quella di Fields, Donizetti, Paisiello, etc.. Non a caso la sua casa di edizioni ha avuto sin dal principio il precipuo scopo di diffondere in particolar modo la musica negletta italiana, mediante edizioni e anche edizioni discografiche.
La sua integrale ha la particolarità di essere completa, ma veramente!  Tuttavia se è una integrale completa è suonata con un respiro sempre uguale: non ha momenti da ricordare nè tantomeno da dimenticare. 

Invece l'integrale di Costantino Mastroprimiano, per la Brilliant, pur riguardando solo le Sonate e qualche pezzo sciolto come le 12 Monferrine op.49, e non anche altre composizioni prime fra tutte il Gradus, pur essenso quindi meno completa, possiede un livello di sintesi e qualità decisamente più alto. Mastroprimiano, un nostro conterraneo, foggiano diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Giordano di Foggia e specializzatosi in fortepiano presso l'Accademia Chigiana di Siena, è universalmente conosciuto oltre che come studioso e teorico, profondo conoscitore degli abbellimenti e di tutta la pratica fortepianistica, come uno dei massimi fortepianisti al mondo in questo momento: lui, Andreas Staier, John Khouri e qualche altro. Direi cinque, sei in tutto.
Mastroprimiano prima che essere un pianista è uno studioso della pratica fortepianistica e degli strumenti: non a caso la sua integrale è la più filologicamente interessante e notevole, per l'uso non solo di fortepiani autentici o copie, ma anche per l'aver associato un determinato strumento a delle date composizioni del periodo in cui detto fortepiano era in auge. L'esecuzione clementina diventa con Mastroprimiano un escursus nella storia della tecnica fortepianistica, e dell'evoluzione dello strumento, perchè Clementi stesso determinò il progresso tecnico del pianoforte, componendo pezzi che valorizzassero i vari fortepiani del suo tempo, e quindi si pose, assieme a Beethoven e a Dussek, in stretto rapporto anche coi costruttori di pianoforti: il compositore-pianista valorizzava e componeva per gli strumenti nuovi, e i produttori di pianoforti erano incentivati a progredire nella progettazione affinchè i compositori componendo diffondessero i loro pezzi pregiati. Una collaborazione che fu alla base dell'ascesa del pianoforte come strumento di intrattenimento principe. La sua integrale è quindi estremamente godibile: devo dire che la sua Didone abbandonata è splendida, e vi sono molti altri momenti in cui il suo modo di suonare, molto raffinato, produce un significativo piacere di ascoltare il brano. Anche perchè il suono non è quello prodotto dal pianoforte moderno tipo Steinway, ma da un fortepiano del 1826, tipo Broadwood. Con sonorità del tutto diverse (ancora molto metalliche).
Tuttavia, ancora a tutt'oggi, devo riconoscerlo, il miglior disco singolo di sonate clementine è ancora quello della RCA Victor di Horowitz: la sonata in sol minore op.34 n.2  e la sonata op.25 n.5 in fa diesis monore, da lui interpretate, sono delle gemme rare, dei pezzi unici. Un'altra interpretazione rara come intensità e lirismo è quella di Maria Tipo della Sonata in Fa diesis minore, mentre di altre interpretazioni clementine, la più irruente e al calor bianco che mi ricordi è quella di Lazar Berman (Sonata op.40 n.2 in Si bem. minore).
Le altre, a parer mio lasciano il tempo che trovano, anche quella di Shelley (per la Hyperion), onesta ma piatta. Un gradino sopra l'incisione sempre per la Hyperion, di una scelta di sonate da parte del virtuoso russo naturalizzato britannico, Nikolai Demidenko, che fornisce una prova alta e ssotenuta, in quanto ad intensità. Demidenko oltre a Cleenti ha riscoperto per una casa importante come la Hyperion , aperta da sempre alla valorizzazione di orizzonti sconosciuti, anche altri autori negletti, come ad es. Vorisek.
Da ricordare infine l'incisione del Gradus della pianista francese Danielle Laval (Decca), una pianista specializzata nel repertorio di primo ottocento (ha inciso anche Hummel), e quello in 5 Lp per la Fonit Cetra di Vincenzo Vitali e suoi allievi: Carlo Bruni, Michele Campanella, Franco Medori, Sandro De Palma, Laura De Fusco, Maria Mosca e Aldo Tramma. A proposito di questa incisione mi ricordo che l'aveva (immagino la possieda ancora) Emanuele in casa sua. Mi ricordo che Emanuele (Arciuli) era piuttosto stupito del fatto che a me piacesse moltissimo (e piace tuttora!) il Gradus, lui che definì alcuni studi, delle cose "tossiche". Mi ricordo questa accezione. Che era probabilmente da mettere in relazione al fatto che alcuni Studi del Gradus imposti da studiare come pratica pianistica, fossero poi finiti per diventare odiosi.
Chi come me non è invece un pianista può vivere il Gradus come pura esperienza musicale.

P. De Palma