venerdì 26 agosto 2016

Pianisti dell'ultima generazione

I miei contributi in questo blog mancano da aprile scorso, e a dire il vero mi era passata per il cervello l'idea peregrina di chiudere questo spazio di idee, non perchè mancassero gli input ma perchè negli ultimi mesi mi sono venuti meno dei pilastri, delle amicizie in cui avevo creduto molto.
La vita va così. Ma erano amicizie che in altri tempi mi hanno arricchito molto soprattutto dal lato musicale, una in particolare, che ha ampliato i miei orizzonti rendendoli ancora più specifici. La delusione, che ha riguardato non solo il fattore della condivisione di comuni istanze culturali, ma anche il lato squisitamente personale, mi ha toccato profondamente, e mi ha tolto per alcuni mesi sia la soddisfazione che articoli ben fatti, e gli eventuali commenti positivi ma anche critici potessero arricchire il mio bagaglio culturale, sia la voglia di confezionarne degli altri.
Lo ripeto: avevo pensato, e l'ho pensato più volte, di chiudere questo blog.
Ma poi è rinata la voglia di scrivere e di lasciarsi alle spalle il passato e muoversi verso il futuro.
Devo dire che questa rinascita è stata soprattutto mediata dall'incontro con Gregorio Nardi, avvenuto a Firenze il mese scorso, che mi ha infuso nuove energie (come le ha infuse a lui l'incontro col sottoscritto, a detta sua). Gregorio veniva da un periodo tremendo, in cui ha perso familiari stretti in breve tempo, ed era quindi molto giù: per questo ho cercato nel brevissimo tempo che siamo stati assieme (una mezza giornata conclusa con un eccellente pranzo in una trattoria del rione Santo Spirito a Firenze), sia io che mio figlio, di donargli tutto di noi.
In questi mesi ho latitato nel sentire musica, ma ovviamente qualcosa l'ho ascoltata: poca roba, intendiamoci, chè quello che dicevamo a pranzo a Firenze è innegabilmente vero: di musicisti, di pianisti nello specifico,in grado di impressionare, tra le ultime leve, ve ne sono veramente pochi. E neanche quelli storicizzati o comunque in procinto di esserlo, rispondono pienamente ai canoni dei grandi pianisti del passato: i Gieseking, i Kempff, gli Arrau, gli Horowitz, i Richter, i Lhevinne, i Cortot appartengono al Parnaso, e tutto o quasi tutto del loro repertorio destava meraviglia. Oggi invece, i pianisti delle nuove leve hanno una emivita molto risicata: durano un battito d'ali. E di quelli che impressionano veramente ve ne sono pochi.
Di questi, devo segnalare due pianisti che sembrano essere molto buoni.

Giuseppe Albanese (disco DGG) con un programma dal nome evocativo FANTASIA ( Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven , Fantasia Wanderer di Schubert, Fantasia di Schumann) concepito mettendo assieme tre capisaldi e non se la cava neanche tanto male : mi è piaciuta la Sonata di Beethoven, meno Schubert,non male Schumann. Il secondo disco dedicato a Liszt non l'ho sentito ancora. Albanese è una delle nuove leve: ha vinto il Vendome Prize, uno dei concorsi pianistici più famosi al mondo attualmente, e da lì è partita la sua carriera nei teatri più famosi del mondo. E' un pianista in ascesa, che si è segnalato particolarmente per la musica di Debussy. Comunque sia ha margini di miglioramento notevoli.

Il Perpetuum mobile che suona lui, di Weber (ultimo movimento della Sonata n.1) è un pezzo virtuosistico di pura eccellenza: se lo esegue come bis si può a ragione presumere che per lui sia un cavallo di battaglia. E del resto raggiunge gli stessi tempi parossistici di Arrau (tenuto conto che si tratta per di più di un live).

Altro fenomeno che mi ha impressionato, è Yulianna Avdeeva, vincitrice nel 2010 del Concorso Chopin di Varsavia.
Pianista russa che suona Chopin con una esperienza ed un trasporto emotivo, per non dire una suprema eleganza che mi ha ricordato Michelangeli (con tutte le dovute distanze ovviamente).
Su Youtube è stato caricato un suo concerto integrale eseguito all'International Chopin Piano Festival 2015: sentite come suona i Notturni  in C-sharp minor Op. posth. (1830) e quello  in E-flat major Op. 55 No. 2 (1844) e poi tutto il programma! Ha un controllo dei piani sonori e dei rubati assolutamente sorprendente per come la vedo io. Qui suona Chopin, e Shostakovich, cioè un autore sovietico che quindi da un esecutore russo di un certo livello viene interpretato sempre con un peso e una partecipazione non indifferente. Quando invece l'ho sentita in altri repertori, Liszt per es. "Apres une Lecture du Dante" è meno incisiva, mentre assolutamente interessante sempre di Liszt è la Trascrizione Della Danza sacra e Duetto finale dall'Aida (CD Mirare).

Altra incisione Mirare (cofanetto di 2 CD)  è assolutamente immaginifica : Schubert straordinario (Drei Klavierstucke D.946)e tali anche l'integrale dei Preludi di Chopin e la Sonata n.7 di Prokofiev. Ho notato che le sue interpretazioni dal vivo sono particolarmente carismatiche: riesce a trasmettere il meglio di sè probabilmente a contatto col pubblico. I Klavierstucke di Schubert per quanto bellissimi in disco, non arrivano all'intensità di quelli live (può darsi beninteso che sia una mia impressione).
Ma basta sentire come suonava al Concorso Chopin i concerti del musicista polacco! Si senta la ricchezza della sua tavolozza nel secondo movimento del primo concerto.

Esecuzione nel 2010, si badi bene: Concerto finale del Concorso.
E invece si senta l'esecuzione del secondo concerto a Nantes l'anno scorso: la qualità stilistica è migliorata ancora di più in cinque anni.
A me ha ricordato come eseguiva il secondo di Chopin, Arthur Rubinstein, ovviamente anche qui non caricando la cosa di assolutezza, ma vedendo il tutto come un riferimento ideale.
La cosa che mi stupisce di questa pianista è che finora abbia inciso per etichette di seconda fascia. Mi sarei aspettato che DGG l'avesse scritturata, ed invece no. Una scelta che non si capisce anche alla luce di certe incisioni di pianisti e pianiste assolutamente fuori di ogni possibile confronto con questa.

Pietro De Palma

domenica 17 aprile 2016

Carl Filtsch: un prodigio che durò solo 15 anni. E poi morì

Un autore che mi ha emozionato ultimamente è stato Carl Filtsch.
Mi direte: ma chi diamine è Carl Filtsch?
E' vero..non è molto conosciuto.
Tempo fa stavo leggendo un magazine straniero e si parlava di Chopin e di suoi allievi e tra essi anche di Carl Filtsch. Poi recentemente ho ascoltato il suo Concertino per pianoforte e orchestra, in Si bemolle minore su youtube. Mi son detto: l'inizio sembra Hummel.
Mai impressione fu più vera!
Carl Filtsch fu un fanciullo prodigio, nato in Transilvania, considerato il più talentuoso allievo di Chopin, le sue doti furono apprezzate da Liszt, Moscheles, Rubinstein. Purtroppo morì, all'apice della sua fama di enfant prodige, a soli 15 anni, di tisi, nel 1845. Era nato nel 1830. Ed era entrato a far parte degli allievi di Chopin. Si sa che Chopin fosse restio a dare lezioni private, ed è per questo che i suoi allievi furono pochissimi: Carl Filtsch fu uno di questi. Chopin dava ai suoi allievi una lezione a settimana tranne che a Carl, a cui ne dava tre.
Il Concertino è certamente opera di maniera, non diversificandosi molto da Hummel o Moscheles, però è assoluatamente delizioso per sfruttamento del pianoforte e idee musicali. E' chiaramente un'opera Biedermeier, mancando della cadenza; non solo, rammenta molto il Concerto in Si minore di Hummel (almeno a me) più che quelli di Chopin (ma anche Weber si sente).

E' ovvio che a quel punto abbia voluto conoscerlo meglio. E così mi son messo a cercare eventuali registrazioni oltre che quella del Concerto. E così ho trovato un disco della onnipresente Naxos, dal titolo stranamente evocatore: Pupils of Chopin, che riuniva quattro allievi  di Chopin: il leggendario Mikuli, trasmettitore della scuola pianistica chopiniana, Tellefsen, Filtsch e Gutmann.
A sentirne i barni solamente pianistici, si apprezza inevece maggiormente la filiazione chopiniana, soprattutto la Mazurka in Mi bem. minore op.3 n.3 e la deliziosa pagina intima, triste e dolente, quasi un testamento spirituale, composto poco prima della morte, chiamato Das Lebewohl von Venedig, "L'addio a Venezia".
Molto chopiniani sono anche  la Prima Polacca di Mikuli op.8 in sol minore, le Mazurke in Fa diesis minore e Sol minore di Tellefsen, la Mazurka in Mi bem. Minore op.3 n.3 di Filtsch,  il Bolero op.35 di Gutmann.
Un altro disco molto intelligente della Naxos che illumina su un determinato periodo storico, facendo uscire dall'ombra tre compositori misconosciuti (eccetto Mikuli).
Una curiosità: l'interprete del disco, Hubert Rutkowski, che insegna pianoforte alla Hamburg Musikhochschule,oltre ad incidere questo, ha interpretato altri due dischi di compositori polacchi: uno di Theodor Leschetitzky e uno con opere del più stretto amico ( e allievo) di Chopin, Julius Fontana, a cui furono dedicate dall'amico le due Polacche op.40 (tra cui quella "Militare"). 
Uno specialista ..di musiche degli allievi di Chopin, quindi.

P.D.P.

Emozioni

Non ho mai detto la vera ragione per cui ho voluto creare un mio blog che parlasse di musica.
Io sono un essere che vive di emozioni.
Un tempo scrivevo per un giornale di provincia e avevo modo di seguire le stagioni concertistiche di varie istituzioni, avendo così la possibilità di assistere ai tutti i concerti che volevo, senza pagare una lira, neanche guadagnandone sia ben chiaro, ma almeno avevo gente che chiedeva che andassi. Purtroppo la ripetitività uccide l'interesse e l'emozione: se emozione fu, lo ricordo ancora bene, ascoltare dal vivo Jorge Bolet,
l'ultimo concerto a Bari, alla Fondazione Piccinni, e soprattutto ascoltare fatta da lui la sua leggendaria esecuzione dell'Ouverture dal Tannhauser di Liszt (mi ricordo tutti noi della platea in piedi e tutto il teatro in piedi a omaggiarlo, vecchio ma grandissimo), se grandissima emozione da avere le lagrime agli occhi fu sentire come cantava pigiando i tasti del pianoforte l'anziano Walter Klien
quando suonava il Rondo  e la Fantasia K.475 di Mozart, e soprattutto la Sonata in La D.959 di Schubert e la Sonata 1905 di Janacek, o quando sentii in recital Thioller o Oppitz o il grandissimo Nikolai Petrov,ci furono anche occasioni in cui mi pentii di esservi andato: per es. quando sentii in concerto Tamas Vasary. O quando sentii una Quarta di Bruckner da far rizzare i capelli in testa.
Quando svolgevo la mansione di "critico" (che brutta parola!) mi sentivo un po' a disagio, perchè in me prima che il critico veniva l'appassionato. La volta che sentii Petrov a Bari, nel 1987, il suo aereo arrivò a Bari con ritardo di oltre un'ora: il pubblico rumoreggiava non vedendolo (sala Barbanente della Fondazione: se la ricorda qualcuno  della mia età? Una piccola sala con palco e pianoforte!), e parecchi andarono via. Chi lo fece, perse un'occasione più unica che rara. C'era altra gente che era andata per recensire, ma andò via; io rimasi. E per coloro che rimasero (eravamo forse una ventina...forse), l'esecuzione fu leggendaria: mi ricordo gli Studi Trascendentali da Paganini di Liszt, prima versione, si badi bene, prima versione, la versione mostruosamente difficile che pochissimi fanno, quella del Liszt delirante degli anni 1833-1834-1835, e noi in piedi impazziti.
Petrov era un sovietico, un russo, una persona umile: abituato alla sala del Conservatorio di Mosca strapiena per un suo concerto (forse mille persone), come dovette sentirsi vedendo che era stato scritturato per una sala che gremita al massimo non conteneva più di cento-centocinquanta persone? E che erano rimaste ad aspettarlo neanche venti? Eppure dette il massimo. Ma altri, al suo posto suo come avrebbero reagito?
Mi ricordo Edda Moser in un concerto nell'ambito di una serie che si teneva in cattedrale: Oltre a Der Hirt auf dem Felsen e a Auf dem Strom (se ricordo bene) e ad altri Lieder di Beethoven, Moser cantò i Wesendonck Lieder di Wagner. A un certo punto una sirena (di un appartamento: qualcuno aveva cercato di rubare, probabilmente) cominciò a ululare, e non si fermava: la Moser minacciò di interrompere il concerto, e allora non so chi, andò a staccare la sirena. Così dopo una pausa di quindici minuti buoni senon mezzora, il concerto riprese.
In occasione di quei concerti in cattedrale, ci furono serate in cui francamente avrei preferito non andare: e infatti neanche mi ricordo i programmi di sala. Perchè fare il critico che segue le stagioni ha dalla sua anche delle cose negative: il dover per forza andare a sentire un concerto anche quando, troppo stanco per altre cose,  vorresti non andarvi. 
Però mi è accaduto anche che quando dovetti andare a sentire Francesco Libetta
la prima volta, al Circolo Unione, su, al primo piano della struttura annessa al Teatro Petruzzelli (che non so neanche se sia come allora, visto che qualche tempo dopo il Petruzzelli andò in fumo), non era una serata in cui mi sentissi davvero bene, anzi mi ricordo che avrei voluto non andarvi pernsando che si trattasse del solito pianista che cercava un modo come un altro per farsi notare; e di pianisti locali, pugliesi dico, ne avevo sentiti tanti... A schiodarmi dalla poltrona di casa fu il fatto che mi avessero detto che si trattava di un talento, forse del più grande talento allora. E non mi sono mai pentito di esserci andato, visto che poi divenimmo addirittura amici. 
Stessa cosa per Emanuele Arciuli.
Quando lo conobbi era un giovane ventitreenne, piuttosto belloccio, aveva un fare disinvolto che piaceva molto alle donne (piace tuttora per quanto ne sappia), girava su una Lancia Beta, con la moquette blue all'interno, e aveva più capelli di quanti ne abbia ora:
questa l'idea che me ne feci quando lo conobbi un giorno, un giovedì mattina credo, era un giorno feriale comunque, una matinée con una scolaresca all'Auditorium Nino Rota, nel 1986: in seguito all'incendio del Petruzzelli, si accorsero che le misure anti-incendio non erano proprio azzeccate, e da allora è chiuso: lo hanno rifatto, inaugurato per così dire ma non è entrato ancora in funzione. E giacerà lì così finchè...booh!. Programma? Beethoven e Stockhausen. Io vi ero andato non conoscendolo, proprio perchè faceva Stockhausen e Beethoven assieme. Chi è questo qui,dissi? Mi dissero che Arciuli era uno bravo. Cosa significa? Si diceva di tutti coloro che allora giravano da queste parti! Beh, dico solo che, dopo l'esibizione, io volli parlargli e così tra il dire e il fare disse che mi avrebbe dato "uno strappo" a casa (per "strappo" intendo "un passaggio in auto"), perchè la mia era sulla strada che lui faceva di solito per andare dal Conservatorio alla sua, quella dove dimorava al tempo e dove vivono i suoi. Mi aveva attratto non solo perchè suonava con convinzione, ma perchè aveva introdotto lui stesso, se ricordo bene, i suoi brani. Insomma, una parola tira l'altra e diventammo amici, talmente amici che quando parlavano di noi ci chiamavano "i fratellini". Gli amori di Emanuele erano la musica e le donne. Beh io più contenuto di lui e più sfortunato con le donne, li bramavo anch'io. 
Emanuele mi piaceva perchè era colto, era diverso dal solito pianista mestierante che magari doveva finire subito la lezione perchè doveva andare a vedere il Bari allo Stadio. Era un vero professionista, molto maturo già a ventitre anni. Cercava la sua strada, facendo la musica che gli piaceva fare, i repertori inconsueti, la scuola di Darmstadt ("non se n'era ancora andato per la musica d'America"). Gli piaceva il cinema, un certo cinema, e la letteratura minimalista americana. Evidentemente fu attratto dal fatto che io, pur non essendo pianista, ne trattassi in maniera così approfondita, essendo un dilettante. Diceva che noi "eruditi dilettanti siamo utili ai pianisti perchè diamo loro la possibilità di conoscere cose che non sanno". Per lui non valeva tanto (perchè a sua volta comprava dischi, ma per tanti suoi colleghi sì.): mi ricordo per esempio che fu lui per la prima volta ad insistere perchè io acquistassi dischi presso un noto negozio di Milano, in Via Nirone. Lui già vi andava di tanto in tanto, ma da quando cominciai io ad andarvi (a Milano, avevo zii e cugini e poi meta obbligata era La Libreria Gialla, che allora era situata in Piazza San Nazaro in Brolo, vicino all'Angelicum), li lasciavano per me i dischi rari che arrivavano: quelli di musica pianistica Biedermeier, soprattutto. 
Mi ricordo quando Emanuele mi portò a casa, un mattino d'estate, un pianista già noto a livello internazionale, che doveva suonare il Konzertstuck op.134 di Schumann. All'epoca, pochissimi a Bari erano i negozi di dischi. E quindi uno che avesse una cosa rara..Ora il Konzerstuck op.134 si trova più facilmente eppure continuano a conoscerlo in pochi. 
E così.. Francesco ed Emanuele sono stati i miei testimoni di nozze, il primo in Chiesa, il secondo al Municipio. Assieme a Gabriele Rota. 
Ma quella è un'altra storia: fu Francesco Libetta, già diventato amico che me lo fece conoscere, in quanto entrambi erano stati allievi di Ciccolini.
Silvia Limongelli
che ora insegna Pianoforte Principale a Milano (più altri insegnamenti) come Gabriele ( che però insegna lì Lettura della Partitura), la conobbi invece nel 1993, durante un doppio appuntamento (il primo con Mozart, il secondo, il giorno dopo, con Prokofiev), promosso a Bari da "Il Coretto" con critici e conferenzieri.  Poi io andai a Milano circa tre-quattro mesi dopo e la incontrai di nuovo e così cominciò un'altra amicizia che è ora più che ventennale: eravamo ragazzi allora! Io andavo di solito a sentire suoi concerti, quando li faceva allora, ma andavo anche solo a trovare lei e altri amici, suoi e miei: Carlo Palese
e la moglie Paola Geri. Ora vivono a Livorno. Lei è docente (come me), mentre lui insegna Pianoforte Principale al Boccherini di Lucca.C'è stata una volta addirittura andando a trovarli a Milano, mi trovai una sera all'Idroscalo di Milano ad andare sulle montagne russe, assieme a Silvia, Paola e Maurizio Baglini.
Io prima di andarvi ebbi l'accortezza di non mangiare nulla (eppure quando scesi dal trabiccolo ero bianco come un fantasma), mentre altre persone non furono così previdenti e patirono dopo gli effetti...sussultori.
Tutte storie nate da emozioni.
Come la mia passione dello scrivere.
Ecco perchè ho creato questo blog: perchè continuavo a sentirmi bruciare la voglia di scrivere, volevo scrivere di musica come un tempo, ma parlando di emozioni.
Se non c'è un'emozione non scrivo. Ecco perchè gli articoli latitano: vi dev'essere qualcosa che solleciti l'articolo, una emozione che voglio raccontare. Nata da un concerto visto in TV, oppure a teatro, oppure sentendo musica da un CD, DVD o alla radio. 

Stare a fare la pubblicità di quell'evento anzichè di un altro non mi porta nulla a livello personale. Se in una occasione l'ho fatta (Concerto di Nardi a Budapest), ciò è derivato dal fatto che in quella occasione, tra l'altro, venisse eseguito per la prima volta assoluta mondiale, un brano inedito di Schumann che Nardi aveva rinvenuto in America.
Il mio scopo è creare dei ponti. Poi può accadere che i ponti si tramutino in amicizie feconde, come nel caso di Gregorio Nardi 
(ma è dovuto anche all'esistenza di radici comuni, di spunti e di comuni percorsi di idee), ma l'importante è stabilire ponti. 
Anche con i lettori che leggono e traggono da questi poveri articoli gli input per verificare le loro passioni.

P.D.P.

domenica 27 marzo 2016

Beethoven: Sonate op.13, op.53, op.110 - Sumiko Nagaoka, pf - CD Canal Grande, 1993

Avuto in regalo ieri da un amico grande collezionista, mi ha colpito subito il disco di Sumiko Nagaoka dedicato a Beethoven.
Un disco del 1993 della Canal Grande, molto intelligente, non c'è dubbio.
Talora si sentono delle cose che mai vorresti aver sentito: questo è invece il disco che puoi sentire e risentire senza che ti dia fastidio. Merito della pianista nipponica, ovviamente, che affronta tre capisaldi dell'opera pianistica beethoveniana, con rigore ed espressività.
Nel disco sono affrontate tre sonate paradigmatiche: la Patetica, op.13; la Waldenstein op.53; l'op.110.
Perchè proprio queste tre sonate?
Forse anche perchè piaceva  inciderle, ma io credo per una ragione precisa, che contraddistingue e marchia come prodotto intellettuale questo disco: le tre sonate rappresentano i tre periodi diversi dell'opera sonatistica di Beethoven. E' come se la Nagaoka avesse voluto riassumere in un disco tutta l'opera beethoveniana:  
l'op.13 che è una sonata del primo periodo (1797), risente ancora degli influssi di autori coevi, come Dussek, ma è una di quelle sonate che almeno fino all'inizio dell'ottocento, rispettano in maniera quasi pedissequa, la struttura della Forma-Sonata; 
la Waldstein, appartiene invece alla seconda maniera e si può dire che assieme all'op.57 rappresenti il massimo delle possibilità pianistico-virtuosistiche di Beethoven (i movimenti estremi sono attraversati da scatti e verve virtuosistica tipicamente clementina con scale, ottave, trilli, arpeggi e passi brillanti, mentre il secondo è gestito come attraverso un chiarore, un velo cromatico preimpressionistico, da cui il titolo Aurora sotto il quale l'opera è conosciuta in Italia e in altre nazioni), applicate a pianoforti di nuova concezione;
alla terza maniera appartine invece l'op. 110 che rappresnta il terzo periodo, a pieno titolo: in queste sonate Beethoven si svincola del rigido formalismo della Forma-Sonata, tentando un approccio più libero, attraverso l'uso delle Variazioni e dei Fugati. Per es. appunto l'op.110 che tra le ultime sonate rappresenta quella in cui la sublimazione delle vette poetico espressive beethoveniane raggiunge  la sua massima espressione.
E Sumiko Nagaoka mette molto di suo.
Se nella prima sonata io avrei preferito un approccio meno serio, quello della Walstein e della 110 sono tuttavia esemplari e denotano una nitidezza di intenti e di approccio rimarchevole, in questa pianista giapponese che è docente di pianoforte a Utrecht in Olanda, paese nel quale è molto famosa avendo suonato soprattutto in Europa del Nord sin dagli anni '70.

P.D.P.


sabato 26 marzo 2016

"Da Beethoven a Boulez. Il pianoforte in ventidue saggi" - Longanesi, 1994, pagg. 248

In occasione della prima edizione del Concorso Pianistico Internazionale "Umberto Micheli" di Milano, nel 1994, che vide poi l'assegnazione del Primo Premio a Gianluca Cascioli, fu pubblicata una silloge di 22 saggi, dal titolo molto indicativo: "Da Beethoven a Boulez. Il pianoforte in 22 saggi". In sostanza i migliori critici italiani di quel tempo (mancavano forse solo Quirino Principe, Bortolotto e Restagno), tutti accomunati da una pubblicazione che voleva rendere omaggio alla prima edizione di quello che poi è diventato uno dei concorsi pianistici più importanti al mondo, ognuno in maniera diversa, ma secondo lo stile proprio, vollero dire la loro ed indicare una sorta di riflessione.
Non a caso proprio la giuria così prestigiosa del Concorso, che vedeva  in giuria Berio, Pollini, Carter, Rosen, non solo musicisti ma anche intellettuali di grido, dette al giovanissimo Cascioli la possibilità di un salto dal trampolino che altrimenti non avrebbe avuto.

Innanzitutto per chi non ha mai sentito parlare di lui, dico subito che Umberto Micheli fu un musicista e docente per trent'anni al Conservatorio di Milano. Il figlio Francesco, imprenditore e finanziere oltre che mecenate, e presidente di Mito, il festival internazionale che unisce Milano e Torino nella seconda decade di settembre di ogni anno, nel 1994 lanciò l'idea di un concorso internazionale per pianoforte, progettato da un ristretto gruppo di amici musicisti, una sorta di comitato artistico, formato da Mario Messinis, Luciano Berio, Bruno Canino, Maurizio Pollini, per scegliere un vincitore che sapesse guardare al presente attraverso il passato e il passato attraverso il presente. Di qui l'idea di cun concorso che presentasse varie prove non solo di musica pianistica del passato ma anche contemporanea.
Conseguentemente anche i saggi della silloge, vennero assemblati in maniera tale che spaziassero dalla classicità (Beethoven) al'impressionismo (Debussy, Ravel) alla Seconda Scuola di Vienna (Berg, Schoenberg, Webern), alla contemporaneità (Donatoni, Manzoni, Boulez, Lygeti). 
22 saggi illuminanti: da "Sulla forma sonata e sulla variazione" di Pollini, a "Aspetti del pianismo debussiano" di Salvetti, da "I trii di Beethoven" di Pestelli a "Schoenberg e il pianoforte" di Petazzi, da "I Klavierstucke I-XI di Stockhausen" di Henck a "La musica da recital nell'opera pianistica di Bartok" di Rattalino, passando attaraverso i pensieri e le riflessioni di tanti altri critici.
Insomma un'opera che sarebbe dovuta essere maggiormente conosciuta, che si trova ancora in vendita su qualche sito, e che è sicuramente estremamente interessante per l'appassionato.

P.D.P.

sabato 27 febbraio 2016

Incisioni di Adolf Busch: 3 CD Music & Arts CD-877, e 16 CD cofanetto Integrale Warner Classics

Stavo piluccando qua e là l'altro giorno in uno dei pochi negozi specializzati in dischi d'Italia, che poi è qui a Bari, e in un cassetto ho trovato un triplo cd della Music &Arts, stra-esaurito, dell'accoppiata Adolf Busch & Rudolf Serkin.
Di Adolf Busch avevo solo incisioni per violino e orchestra (dovrei avere anche una col Doppio concerto di Brahms), e quindi l'ho preso al volo. Adolf Busch è stato uno dei più grandi violinisti di tutti i tempi, e sicuramente il maggiore di area tedesca: è famoso anche per essere stato uno dei pochissimi musicisti tedeschi che all'avvento del nazismo, nonostante non fosse ebreo, preferì cambiare suolo natio. Lui alla fine della guerra acquisì la cittadinanza americana.
Francamente devo dire che avevo sentito parlare delle loro incisioni, ma seppure di Serkin abbia molto, il Serkin camerista non lo conoscevo. E così, siccome sono molto curioso, l'ho preso. Sentendo i brani incisi, mi ricordo la Sonata in Mi di Bach BWV 1016, quelle in la e in re min. di Schumann, sono rimasto letteralmente senza parole, a bocca aperta: ma possibile che suonassero così? Che sensibilità, che raffinatezza!E che fraseggio, soprattutto!

Ho mandato un messaggio in chat a Silvia Limongelli in cui dicevo: "Nessuno suona più così", e lei mi ha risposto: "Sono d'accordo".
Ma perchè quella sensibilità nella musica d'assieme, che si trova in vecchie registrazioni, non la si trova più in quelle contemporanee? Possibile che i grandi maestri appartengano solo al passato? Mi rifiuto di crederlo, ma poi davanti all'evidenza...
Il triplo cd proponeva esecuzioni dal 1934 al 1949; ora ce ne sarebbe uno quadruplo con un disco accessorio che prima non era disponibile (c'è tra le altre cose, l'op.96 di Beethoven ). Non era assimilabile al cofanetto EMI che non possedevo, perchè il triplo cd Music & Arts contiene registrazioni "live". La cosa è importante perchè le registrazioni propongono materiale non registrato per la HMV al tempo (poi EMI e ora Warner); ma proprio per nulla, tranne la sonata n.1 di Schumann (ma nella confezione live c'è anche la sonata n.2 in re minore!)
Qualche giorno dopo, sempre allo stesso negozio, dove avevo chiesto se fosse disponibile in Warner il cofanetto delle incisioni integrale EMI di Ogdon e mi avevano detto che non risultava essere disponibile, ho saputo che il cofanetto delle incisioni integrali EMI  di Adolf Busch era di nuovo disponibile ma marchiato Warner. E quindi l'ho ordinato.

Dopo tre settimane mi è arrivato e oggi l'ho ritirato. Tutto,anche con Serkin. 16 CD. Brani per violino e pianoforte, ma anche per quartetto d'archi: Schubert, Beethoven e Brahms.
Di Beethoven ci sono tutti gli ultimi quartetti d'archi dal "Serioso" Op.95 al 135, compresa la Grossa Fuga ma nell'orchetrazione di Weingartner, e in più il Rasumovsky n.3 e l'op.18 n.1.
Di Schubert 3 quartetti (D.112, D.810, D.887), di Brahms tutte le sonate per violino e pianoforte tranne l'op.108, il quartetto con pf. op.26 e il Quintetto op.34. E molte altre cose di Mozart, Beethoven, Bach, Schubert, Geminiani, Mendelssohn. C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Dirò solo una cosa, che per me è essenziale: a parte l'incisione dei Quartetti di Beethoven, che è una incisione magistrale per l'epoca, mi ha colpito come un macigno le interpretazioni dei due grandi quartetti di Schubert: credevo, prima di sentire queste incisioni, che le migliori fossero quelle del Budapest e dell'Amadeus. Invece...
Sentite come suonano l'Andante con moto del quartetto "La morte e la fanciulla", come riescono a variare l'agogica e la sonorità e soprattutto la potenza di suono, man mano che il pezzo sta arrivando alla sua perorazione massima. Mi ha lasciato stupefatto: non c'è nulla di incisioni datate, semmai estremamente moderne. Direi assai poco romatiche, ed invece monumentali ed epiche nella loro scabra drammaticità, senza fronzoli!
E soprattutto testimoniano una dedizione del singolo al gruppo: quando un grande solista si unisce ad un altro grande e forma il duo, quasi mai si vede al duo come ad un qualcosa a se stante ma come la somma di due personalità forti; qui invece, l'unione di due artisti sommi, come Serkin e Busch è come se fosse uguale ad uno, formano una unità indissolubile; stessa cosa quando ai due si unisce il fratello di Adolf, il grande Hermann, violoncellista. E tutti e tre confezionano una grandissima incisione del secondo Trio di Schubert, per di più incidendo uno sconosciuto, per i tempi, tempo di Quartetto di Mendelssohn.
Completano il cofanetto le incisioni in studio dell'ensemble fondata da Busch, la Busch Chambers Players, una vera e propria orchestra da camera: tra le altre cose qui presenti, i 6 Concerti Brandeburghesi di Bach e le 4 Suites Orchestrali.
Ritornando sul Capriccio di Mendelssohn, direi che meglio di altro,  è come se fosse il miglior testimone dell'arte dei Busch: prima struggente e nostalgico, poi prorompente nella sezione fugata.
Incisione notevolissima.

P.D.P.

martedì 9 febbraio 2016

F. Mendelssohn-Bartholdy : Complete Works for piano four hands and two pianos - Alessandra Ammara & Roberto Prosseda - CD DECCA

E' appena uscito per Decca l'ultimo Cd approntato da Roberto Prosseda in merito a composizioni di Mendelssohn.
E' nota la dedizione di Prosseda per l'allievo prediletto di Moscheles, che gli ha fruttato molti riconoscimenti in sede internazionale (anche il Diapason d'Or e lo Choc de la Musique, da parte della critica specializzata francese, e altri premi discografici internazionali) per la scoperta e valorizzazione di composizioni mendelssohniane neglette, ancora in forma di manoscritto talora.
Mi ricordo quando tanti anni fa uscì per Nimbus un'integrale del Mendelssohn pianistico, da parte di Martin Jones; e la cosa destò un certo clamore (anche se l'esecuzione era un po' pedante talora); figurarsi cosa sia stato quando da prosseda sono state eseguita in prima assoluta delle composizioni di cui non si sapeva nulla.
Dopo la scoperta del terzo concerto per pianoforte e orchestra, dopo svariate opere per pianoforte solo, Prosseda è approdato alle composizioni per pianoforte a quattro mani e due pianoforti, di cui presenta in questo disco, oltre al conosciuto Andante e Variazioni in Si bemolle e all'Allegro brillante op.92, anche altre composizioni: tra queste un Klavierstuck frammentario, una Sonatina in Re e soprattutto una Fantasia in Re minore, oltre ad una trascrizione per pianoforte a 4 mani di Un sogno di una notte di mezz'estate, da parte dell'autore.
Bellissima l'intesa con la moglie Alessandra Ammara: del resto l'esecuzione e l'incisione di musiche a 4 mani spesso è stata anche in passato affidata a duo uomo e donna: come non ricordare il celebre duo Yaara e Tal Groethuysen, o i Dagul che assieme al loro figlio incisero anni fa l'integrale per pianoforte a 4 mani e 6 mani di Czerny? Poi c'è anche il duo itialiano formato da Gabriele Rota e Tiziana Moneta; poi c'era Argherich e Freire, o anche Gilels e la figlia. Insomma..
E a proposito devo dire che Prosseda & moglie non sfigurano affatto; anzi!
Certo le composizioni sono giovanili, non c'è la profondità di Schubert: sono composizioni da studio e risentono dell'influsso mozartiano, oltre che essere state scritte nell'alveo della musica Biedermeier allora imperante: quindi inizi drammatici e finali estremamente brillanti (tipica la fantasia in re minore, molto ben strutturata e definita, e per questo non si capisce come possa essere stata poi dimenticata dall'autore). Ma i due ci mettono del loro, per rendere questi brani i più musicalmente piacevoli possibile, e non banali.

P.D.P.