lunedì 26 settembre 2016

I Quartetti per Archi di Mendelssohn: Melos Quartet Vs Artis Quartet Vienne



L’Integrale dei Quartetti per Archi di Mendelssohn, effettuata dal Quartetto Melos, parecchi anni fa e raccolta in cofanetto, per me è stata l’esecuzione migliore del complesso di Stoccarda. Il Quartetto Melos, lo fece sbarazzandosi di falsi clichè e consegnandoci un’interpretazione che si piò riconoscerlo ora, che son passati tanti anni, è quella di riferimento.  Interpretare Mendelssohn non è facile, assolutamente no: tanto più che Mendelssohn, diversificandosi dagli altri compositori di musica per archi (Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert) si spostò continuamente, non adottando un tipo suo riconoscibile di sonorità musicali, ma spingendosi e oscillando continuamente tra il salottiero Biedermeier e il romanticismo appassionato, tra lo ieraticismo bachiano e il profano germanesimo. Difficile quindi interpretarlo.

La strada percorsa dai quattro musicisti del Quartetto Melos fu originale, non passando solo attraverso la quaterna di compositori classici, ma attraverso tutti e nessuno: si affidava solo ed esclusivamente alla propria capcità di leggere ed interpretare, alla capacità di calarsi in Mendelssohn basandosi solo sulla sua smisurata qualità della melodia, lasciandosi cullare dai trasporti passionali e puntando i piedi sulla decisione del fraseggio, sempre altissima. Anche le semibiscrome acquistano un valore intrinseco, ognuna diversa da un’altra e importante per  se stessa. Basta ascoltare l’op.13 o ancor più il testamento spirituale, quella sorta di requiem per l’adorata sorella Fanny morta, che è l’op.80 in Fa minore, per non riconoscere come le lagrime assai difficilmente non possano scorrere, concentrato di melodie struggenti che rimangono tanto tempo dentro e si dissolvono poco alla volta. 
Nel caso invece della seconda incisione, sostanzialmente per me trattasi di un' altra buona incisione dell’opera quartettistica di Mendelssohn, un tantino sotto quella del Melos che secondo me rimane l’edizione di riferimento, ancor oggi: tanto più per una certa frettolosità nell’enunciazione e nella declamazione, che toglie qualcosa al risultato finale: vedasi per es. l’inizio e lo sviluppo del primo tempo, “Allegro assai”. Ma la chiave di volta è come sempre nell’Adagio: lì si vede lo spessore. E del resto essendo stato concepito da Mendelssohn, questo quartetto, come un Requiem per la sorella, ci si sarebbe aspettati una tensione ed un mesto compatimento maggiore, di quello che si ascolta qui: dei tempi più lenti avrebbero forse giovato maggiormente. Migliori risultati nei quartetti dell’op.12 e 13, creazioni di un autore ancora molto giovane, dove la freschezza delle idee si sposa ad una ricchezza timbrica e cromatica. Qui e anche sostanzialmente nei 3 quartetti dell’op.44, il quartetto si muove molto meglio.

P.D.P. 

domenica 25 settembre 2016

Significato del titolo del blog

Sto ricevendo, da quando mi sono aperto ad alcune comunità di musica su Google +, alcune richieste di delucidazione in merito al titolo di codesto blog: perchè proprio "Conversando con Silvia? Chi è Silvia?".
Precisando innanzitutto che chiunque crei un suo blog ha liceità di intitolarlo come meglio crede, salvo non offendere nessuno, questo è un blog di musica e come tale, se l'ho intitolato "Conversando con Silvia", un motivo ci sarà pure, no? Evidentemente tale Silvia deve avere a che fare con la mia dimensione musicale.
Orbene, la Silvia di cui parlo, Silvia Limongelli, Professoressa di Pianoforte Principale al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (Prassi esecutive e repertori, Letteratura dello strumento, Trattati e Metodi), è rimasta quella che era all'epoca: una donna sensibile, raffinata, appassionata e soprattutto intelligentissima. E' una delle persone speciali della mia vita, assieme a mia moglie, a mio figlio, ai miei genitori e a qualche altro amico carissimo. Pochi gli amici, ma buoni.
Ho una storia personale un po' contorta.Mio padre era un tenorino da chiesa, che avrebbe potuto fare una certa carriera perchè aveva una voce bellissima, ma perse il padre in giovane età e siccome era l'unico che aveva studiato in una famiglia di modeste condizioni, dovette, come era uso nei suoi anni, provvedere innanzitutto alla sistemazione delle sorelle, prima che a sè. Per cui, dopo aver studiato col M° Cavallo canto, dovette sospendere. Nonostante tutto ha cantato ai matrimoni di mezza Bari, quando aveva meno anni di ora (93). Mi ha trasmesso l'amore per la musica classica. Avevamo a casa solo una collezione di LP del Readers Digest, e qualche disco della Callas. Ma siccome vedeva che sentivo in continuazione quei dischi, mi promise che all'ottenimento della licenza Media, me ne avrebbe comprati 4. Detto, fatto. Furono l'inizio di una collezione smisurata, che crebbe soprattutto utlizzando soldi che ricavavo dai compleanni o quando scadevano dei buoni postali.
Alla metà degli anni ottanta ho cominciato a collaborare con un quotidiano che non esiste più, e siccome mi occupavo di musica ho potuto conoscere molti pianisti di cui alcuni sono diventati poi miei amici. Tra questi, appunto Silvia, per molti anni critico discografico presso la nota Rivista MUSICA, e prima ancora per Piano Time.
Con lei ho stabilito subito un'intesa che si è andata rafforzando soprattutto dal punto di vista umano: ormai sono venticinque anni che siamo amici. Un'amicizia che si è andata cementando negli anni, nonostante lei viva a Milano e io a Bari e nonostante ognuno dei due abbia affetti familiari propri.
E siccome oramai è la sola persona con cui parli saltuariamente anche di musica, a lei ho voluto intitolare il mio blog che voglia parlarne, intendendo rapportarmi ai miei lettori con la stessa forza e la stessa delicatezza con cui da molti anni mi rapporto a lei.
E' anche un modo come un altro per ricomninciare a scrivere articoli di musica, cercare in qualche modo di stabilire un ponte virtuale con chi leggerà i miei articoli, mancandomi molto la pratica del giornalismo musicale che ho praticato tanti anni fa, e che ora mi diletto di ricreare qui, sulle mie pagine, in maniera saltuaria.
Talvolta, chi leggerà gli articoli, vedrà delle opinioni espresse, molto diverse da quelle che sono le opinioni ricorrenti: è un blog personale questo, che non intende in alcun modo affossare le idee e i giudizi altrui, ma solo affiancarli ad un'altra prospettiva non meno - voglio sperare - stimolante.

P.D.P.

lunedì 19 settembre 2016

SEONG-JIN CHO: CHOPIN . DGG

Da qualche anno ho perso progressivamente i contatti col mondo musicale live, quello dei concerti, perchè con un figlio ancora minorenne, non riesco ad essere presente laddove un evento si consuma. Non nego che la mia aspirazione più grande sarebbe portarlo appresso con me, cosa accaduta una sola volta negli ultimi anni, due per l'esattezza, quando siamo andati a sentire in una matinée a Bari, il mio amico e testimone di nozze Francesco Libetta, esibirsi al Petruzzelli. Al di là di quest'occasione, sfruttata nonostante mio figlio non fosse del tutto entusiasta, sono anni che non sento un concerto pubblico, e quindi mancano anche le occasioni di confrontarmi con qualcuno.
Va da sè quindi che manchino anche le occasioni di tenermi aggiornato sulle notizie più rilevanti del mondo artistico, giacchè non ho più una grande considerazione delle riviste musicali del settore, molto spesso invase letteralmernte da inserti pubblicitari di case discografiche. Così - il lettore non mi getti appresso una statuetta - è stata una sorpresa sentire in un negozio di dischi una interpretazione del Preludio in Mi Minore di Chopin. 
"Chi è questo qui?" mi son detto. Poi l'ho chiesto e mi hanno detto trattarsi di Seong-.Jin Cho. Ah !, ho capito. Il vincitore - l'anno scorso - dello Chopin di Varsavia! Sì questo l'avevo sentito in giro, ma non avevo mai avuto occasione di sentire nulla, nonostante su Youtube qualcosa si trovasse. Youtube lo uso, ma se devo sentire bene una cosa, la metto nel lettore, oppure - se più antica - sul piatto del mio Thorens. Devo rilassarmi cioè. E sentire. Perciò ho acquistato il suo primo disco DGG, una vetrina del suo Chopin:
PRELUDI op.28 - NOTTURNO op.48/1 - SONATA op. 35 - POLACCA "EROICA" op.53.
L'ho sentito bene. Una prima volta, più veloce. E una seconda più riflessiva. E mi son formato un mio giudizio. Personalissimo, ovviamente.
Che dovesse vincere lo Chopin probabilmente era scritto da qualche parte: il ragazzo ha senza dubbio qualcosa di magico. Possiede una sensibilità e un tocco molto speciale, e la capacità di creare una sorta di sospensione temporale, in cui le note, la nota, sembra sospesa in aria. Questa capacità è molto lampante nei Preludi, in alcuni: a me sono piaciuti moltissimo oltre a quello in Re bemolle maggiore in cui non cede alla tentazione di banalizzare la cosa e in Do minore, i Preludi in Mi minore e La minore in cui ho avvertito proprio questa sua sensibilità particolare, conseguenza di un rubato estremamente originale e di un fraseggio altissimo. E del sapersi abbandonare "in corde".


La particolarità di questa incisione, sicuramente studiata, è che il Notturmo in Do minore op.48/1 sembra essere sullo stesso piano del Preludio n.24 in Re minore, nel senso che sembra continuare il discorso dei preludi, senza un innalzamento dei toni nè tantomeno un livellamento delle potenzialità espressive. Nè tantomento ho notato qui una tendenza ad abbandonarsi ad un che di narcistico fine a se stesso, quanto l'abbandonarsi puro e semplice ed il saper cantare. Perchè qui chi non canta, fallisce. Il Notturno nella sua interpretazione è bellissimo.Non arriva all'interpretazione di Marcel Ciampi del 1929, ma...
Notevole anche la Sonata, che continua il percorso dettato dai pezzi precedenti: anche qui il pianista coreano non si fa prendere dall'emozione di confrontarsi con un pezzo strasuonato, e riesce a imporre la sua idea. Anche qui la sua sensibilità e padrona e la Marcia funebre è veramente triste: è una Marcia funebre, senza essere troppo lenta e lugubre, o più veloce ed eroica. Vorrei dirlo in una parola: è giusta. E' quello che uno si aspetterebbe da un pianista che sente, che studia e che ha già una carriera di almeno venti anni. Cho non ce l'ha. Quindi è lecito chiedersi come questo percorso si sia potuto estrinsecare così impetuosamente e in maniera così netta, in un giovane ventiduenne.
A me viene il sospetto, non del tutto sopito, che il giovane coreano, pur baciato da Dio, per sue doti espressive e tecniche evidentissime che a ragione gli hanno aperto i cancelli e la platea dello Chopin di Varsavia, sia ancora un prodotto di scuola, di altissima scuola e debba ancora in qualcosa maturare.
Sia cioè un prodotto della sensibilità altrui, uno spirito su cui le altrui motivazioni e gli altrui insegnamenti hanno fatto breccia. Non che abbia costruito le sue affermazioni, affinando l'approccio a determinati repertori, per avere successo nei concorsi. Perchè per farli, ha dimostrato di avere capacità non comuni, ma...
Vorrei quindi sentirlo in un concerto, o un disco in cui non suoni solo Chopin. Il suo Chopin. Che è quello dei mezzi toni, dello sfumato, del rubato, del tocco, del canto.
Perchè quando suona l'altro Chopin, quello della Polacca op.53, io non sento più il coreano Cho sentito poco prima. 
Mi diranno che non ho l'orecchio musicale perchè altri gli hanno dato la corona. Chi sono io per criticarlo? Il fatto è che sento un modo di approcciarsi classico alla Polacca, molto à la page.
Può darsi ovviamente che mi sbagli, e chiederei venia. Sono un essere umano anch'io, con la propria sensibilità. Ma qui Cho mi sembra un qualsiasi altro pianista. Niente di veramente originale. La Polacca è suonata come un pezzo eroico, come un pezzo da bis.
Invece io la penso diversamente. La Polacca è un pezzo in tre quarti. E' un pezzo in ritmo moderato: è solenne, maestosa. Non eroica. Paderewski lo suonava in otto minuti , e Cziffra andava molto vicino. Ma il giovane Cho ha sentito Paderewski e Cziffra? Non credo. Paderewski era polacco e suonava una composizione di un polacco. Paderewski era stato un patriota. Era stato Primo Ministro e aveva rappresentato la Polonia alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919, e poi sottoscrisse il Trattato di Versailles. Incarnava un sentire e uno spirito. Cziffra fu un prigioniero politico, internato in campi di concentramento , prima tedeschi, poi ungheresi. Gente che aveva interiorizzato un proprio sentimento, che aveva sofferto.
Cho è giovane. Ha ventidue anni.
Ecco perchè dico che può e deve ancora maturare, confrontarsi con una sua poetica, che sia frutto di sue scelte, personalissime. In cui testa e cuore vadano a  braccetto.
Quando li avrà entrambi, allora...
Avdeeva, con tutto il rispetto, mi sembra avanti di una spanna.
E forse anche di due.

Pietro De Palma

giovedì 15 settembre 2016

Dopodomani, 17 settembre, a Firenze, concerto di Gregorio Nardi (Pf.) e Giulia Peri (soprano) a Firenze, dedicato ad opere di compositori ebrei Italiani

Sabato prossimo, 17 settembre, alle ore 21 nel Teatro di Cestello (Piazza di Cestello, 4) a Firenze, Gregorio Nardi e Giulia Peri presenteranno un programma di rari brani di Compositori Ebrei Italiani - Giacomo Orefice, Leone Sinigaglia,  Felice Boghen, Fernando Liuzzi,  Mario Castelnuovo-Tedesco, Aldo Finzi, Renzo Massarani, Vittorio Rieti -  molti dei quali coinvolti nella Shoah: una ricerca da tempo portata avanti dal duo Peri-Nardi, che permette al pubblico di ascoltare opere raramente eseguite, se non ormai del tutto dimenticate.
Accanto ai più anziani Giacomo Orefice e Leone Sinigaglia, allievi e amici dei grandi sinfonisti tedeschi, vengono proposte le liriche di compositori profondamente legati a Firenze, come Felice Boghen, Fernando Liuzzi, Mario Castelnuovo-Tedesco. Autori molto apprezzati, disposti su opposti fronti politici, furono infine oscurati: violentemente Aldo Finzi, più celatamente Renzo Massarani. A Vittorio Rieti, presto emigrato in Francia, poi negli Stati Uniti, toccò in sorte di sopravvivere lungamente ai suoi colleghi.
Il programma vuol rendere, a questi compositori, il più importante dei tributi, ovvero un’indagine sulla formazione e la poetica come esse erano prima e indipendentemente dalla catastrofe nazifascista (senza ovviamente prescindere dalle tragiche conseguenze storiche), nella loro grande varietà di prospettive, interrogandosi sulla loro identità culturale, sulle loro ragioni compositive, sui rapporti che intrattenevano con tante diverse tradizioni musicali.
Il concerto e’ organizzato dal Capriccio Italiano Festival  - Firenze , diretto da Andrea Vitello, all’interno di una stagione di concerti dedicata ai grandi compositori. I  musicisti del Festival sono valenti strumentisti impegnati nella ricerca e nella divulgazione del repertorio strumentale e vocale. Le varie formazioni cameristiche propongono un viaggio suggestivo attraverso cinquecento anni di straordinaria fioritura musicale. I brani sono scelti fra i capolavori conosciuti accanto a gemme inedite di grande bellezza.



domenica 28 agosto 2016

JOSEF HOFMANN : The Complete Jubilee Concert - 2 CD VAI

A detta di molti Josef Hofmann fu forse il più grande pianista della storia.
Pianista prodigio, a 5 anni  esordì col botto a Varsavia con un recital. Dopo un'esecuzione del Concerto in Do minore di Beethoven, Anton Rubinstein lo definì un talento senza precedenti. Gli offrirono un tour di concerti in Europa, ma il padre di Josef rimandò il tutto allorchè il figlio avesse compiuto almeno 9 anni. A quell'età, cominciò una carriera che lo fece conoscere in tutt'Europa, approdando in America all'età di 11 anni, per due anni.
Fu paragonato a Mendelssohn e Mozart per la precocità e straordinarietà delle sue doti musicali. Nel 1892 Anton Rubinstein lo volle suo allievo.
La sua prima incisione la fece a dodici anni, nel 1888. Fu tra i primissimi pianisti ad incidere (i suoi rulli di cera sono stati scopertti qualche anno fa, e la Marston aveva annunciato la pubblicazione che però non è stata ancora effettuata).
Legò il suo successo all'affermazione dei pianoforti Steinway, quando ancora detti pianoforti non riuscivano ad essere accettati da pianisti come Rosenthal o Moisewitsch.
Fino agli anni '30 la sua tecnica e le sue interpretazioni furono considerate leggendarie, ma in quegli anni cominciò a bere tanto che divenne un alcolista. Tuttavia il suo magistero era tale che gli permise ancora per  anni di mantenersi sulla cresta dell'onda, almeno fino a quando fu allontanato a partire dal 1938, dal Curtis Institute dove aveva insegnato. Da questo momento, l'alcoolismo, e una serie di gravi problemi familiari gli fecero perdere interesse nelle esecuzioni pianistiche, per cui Hofmann ebbe un rapido deterioramento.
Sono famosi i commenti di alcuni contemporanei di Hofmann, innazitutto quello di Rachmaninov: "Hofmann is still sky high ... the greatest pianist alive if he is sober and in form. Otherwise, it is impossible to recognize the Hofmann of old" e poi quello di Oscar Levant (grande pianista degli anni '40, e attore, ricordato per la sua partecipazione a fianco di Gene Kelly in "Un americano a Parigi" di  Vincent Minnelli, e forse il più grande interprete del Concerto n.4 di Rubinstein) : "One of the terrible tragedies of music was the disintegration of Josef Hofmann as an artist. In his latter days, he became an alcoholic. …[H]is last public concert … was an ordeal for all of us".
Fa ancora più sensazione tutto questo quando si pensi che Rachmaninov, Friedmann, Lhevinne e Godowsky, definito il pianista dei pianisti, consideravano Hofmann il più grande pianista della loro epoca.

Il doppio CD della VAI ci consegna Josef Hofmann in una serata particolarmente di grazia: probabilmente questo, del suo giubileo - 28 Novembre 1937 - cioè dell'anniversario suoi primi 50 anni di carriera, fu forse l'ultimo grande concerto di Hofmann, si può dire il suo canto del cigno, anche se continuò a suonare con risultati alterni, fino alla metà degli anni quaranta. Basti dire che consegnò al pubblico del Metropolitan Opera House di New York un programma da concerto mostruoso, come non se ne fanno più al giorno d'oggi, comprendente non solo il Quarto Concerto di Rubinstein (di cui egli fu uno storico esecutore, avendo inciso anche il Terzo),e il suo Chromaticon per pianoforte e orchestra,  ma anche : la Prima Ballata di Chopin, l'Andante Spianato e Grande Polacca, i Notturni op.9 n.2 e 15 n.2, i Waltzer op.42 e op.64 n.1, lo Studio op.25 n.9, la Berceuse, il Preludio op.23 n.5 di Rachmaninov, la Marcia Turca di Beethoven/Rubinstein, il Canto di Primavera di Mendelssohn e il Capriccio Spagnolo di Moszkowski.
Insomma un'esplosione di musica.
A questa intera magica serata live, la Vai ha aggiunto altre 5 tracce, comprendenti: un'altra versione del suo Chromaticon per Pianoforte ed Orchestra, incisa presso il Curtis Institute, due mesi prima circa del Concerto del Giubileo; e altri quattro brani di Chopin, di cui egli fu ritenuto uno dei massimi esecutori al suo tempo: il Notturno op.48 n.1, la Mazurka op.33 n.3, il Waltz op.34 n.1 e l'Andante Spianato e Grande Polacca in Mi bem. Magg., presentati in un concerto sempre al Metropolitan di New York, ma otto anni dopo, nel 1945.
Prima della presentazione della serata da parte di Walter Damrosch, fu eseguita ed è qui anche riportata, l'Ouverture Accademica di Brahms, diretta da quel Fritz Reiner che in quegli anni era sulla cresta dell'onda (ricordo anche gli storici concerti per violino con  Jascha Heifetz).
L'esibizione di Hofmann comincia col Concerto di Rubinstein. Qui, l'entrata del pianoforte appare  mitigata dalla registrazione AAD, ma dal vivo doveva essere paricolarmente scioccante: l'ascoltatore è come se facesse un balzo dalla sedia, e i successivi passaggi sono come un fiume in piena. Straordinario! Soprattutto se si pensa che questo Hofmann non era già quello delle registrazioni precedenti (quelle degli anni che vanno dal 1903 alla fine degli Anni Venti, sono considerate le sue migliori).
Il Doppio Cd consegna alcune delle più belle interpretazioni di Hofmann, tra cui una leggendaria del Capriccio Spagnolo, per suprema eleganza, controllo e ardore virtuosistico, ancora quasi ineguagliata (l'unico, che forse l'abbia eguagliata è Francesco Libetta)
Bellissime anche la Prima Ballata di Chopin e l'Andante Spianato e Grande Polacca.
Superbe le masterizzazioni di Ward Marston.

Pietro De Palma


venerdì 26 agosto 2016

Pianisti dell'ultima generazione: Albanese, Avdeeva

I miei contributi in questo blog mancano da aprile scorso, e a dire il vero mi era passata per il cervello l'idea peregrina di chiudere questo spazio di idee, non perchè mancassero gli input ma perchè negli ultimi mesi mi sono venuti meno dei pilastri, delle amicizie in cui avevo creduto molto.
La vita va così. Ma erano amicizie che in altri tempi mi hanno arricchito molto soprattutto dal lato musicale, una in particolare, che ha ampliato i miei orizzonti rendendoli ancora più specifici. La delusione, che ha riguardato non solo il fattore della condivisione di comuni istanze culturali, ma anche il lato squisitamente personale, mi ha toccato profondamente, e mi ha tolto per alcuni mesi sia la soddisfazione che articoli ben fatti, e gli eventuali commenti positivi ma anche critici potessero arricchire il mio bagaglio culturale, sia la voglia di confezionarne degli altri.
Lo ripeto: avevo pensato, e l'ho pensato più volte, di chiudere questo blog.
Ma poi è rinata la voglia di scrivere e di lasciarsi alle spalle il passato e muoversi verso il futuro.
Devo dire che questa rinascita è stata soprattutto mediata dall'incontro con Gregorio Nardi, avvenuto a Firenze il mese scorso, che mi ha infuso nuove energie (come le ha infuse a lui l'incontro col sottoscritto, a detta sua). Gregorio veniva da un periodo tremendo, in cui ha perso familiari stretti in breve tempo, ed era quindi molto giù: per questo ho cercato nel brevissimo tempo che siamo stati assieme (una mezza giornata conclusa con un eccellente pranzo in una trattoria del rione Santo Spirito a Firenze), sia io che mio figlio, di donargli tutto di noi.
In questi mesi ho latitato nel sentire musica, ma ovviamente qualcosa l'ho ascoltata: poca roba, intendiamoci, chè quello che dicevamo a pranzo a Firenze è innegabilmente vero: di musicisti, di pianisti nello specifico,in grado di impressionare, tra le ultime leve, ve ne sono veramente pochi. E neanche quelli storicizzati o comunque in procinto di esserlo, rispondono pienamente ai canoni dei grandi pianisti del passato: i Gieseking, i Kempff, gli Arrau, gli Horowitz, i Richter, i Lhevinne, i Cortot appartengono al Parnaso, e tutto o quasi tutto del loro repertorio destava meraviglia. Oggi invece, i pianisti delle nuove leve hanno una emivita molto risicata: durano un battito d'ali. E di quelli che impressionano veramente ve ne sono pochi.
Di questi, devo segnalare due pianisti che sembrano essere molto buoni.

Giuseppe Albanese (disco DGG) con un programma dal nome evocativo FANTASIA ( Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven , Fantasia Wanderer di Schubert, Fantasia di Schumann) concepito mettendo assieme tre capisaldi e non se la cava neanche tanto male : mi è piaciuta la Sonata di Beethoven, meno Schubert,non male Schumann. Il secondo disco dedicato a Liszt non l'ho sentito ancora. Albanese è una delle nuove leve: ha vinto il Vendome Prize, uno dei concorsi pianistici più famosi al mondo attualmente, e da lì è partita la sua carriera nei teatri più famosi del mondo. E' un pianista in ascesa, che si è segnalato particolarmente per la musica di Debussy. Comunque sia ha margini di miglioramento notevoli.

Il Perpetuum mobile che suona lui, di Weber (ultimo movimento della Sonata n.1) è un pezzo virtuosistico di pura eccellenza: se lo esegue come bis si può a ragione presumere che per lui sia un cavallo di battaglia. E del resto raggiunge gli stessi tempi parossistici di Arrau (tenuto conto che si tratta per di più di un live).

Altro fenomeno che mi ha impressionato, è Yulianna Avdeeva, vincitrice nel 2010 del Concorso Chopin di Varsavia.
Pianista russa che suona Chopin con una esperienza ed un trasporto emotivo, per non dire una suprema eleganza che mi ha ricordato Michelangeli (con tutte le dovute distanze ovviamente).
Su Youtube è stato caricato un suo concerto integrale eseguito all'International Chopin Piano Festival 2015: sentite come suona i Notturni  in C-sharp minor Op. posth. (1830) e quello  in E-flat major Op. 55 No. 2 (1844) e poi tutto il programma! Ha un controllo dei piani sonori e dei rubati assolutamente sorprendente per come la vedo io. Qui suona Chopin, e Shostakovich, cioè un autore sovietico che quindi da un esecutore russo di un certo livello viene interpretato sempre con un peso e una partecipazione non indifferente. Quando invece l'ho sentita in altri repertori, Liszt per es. "Apres une Lecture du Dante" è meno incisiva, mentre assolutamente interessante sempre di Liszt è la Trascrizione Della Danza sacra e Duetto finale dall'Aida (CD Mirare).

Altra incisione Mirare (cofanetto di 2 CD)  è assolutamente immaginifica : Schubert straordinario (Drei Klavierstucke D.946)e tali anche l'integrale dei Preludi di Chopin e la Sonata n.7 di Prokofiev. Ho notato che le sue interpretazioni dal vivo sono particolarmente carismatiche: riesce a trasmettere il meglio di sè probabilmente a contatto col pubblico. I Klavierstucke di Schubert per quanto bellissimi in disco, non arrivano all'intensità di quelli live (può darsi beninteso che sia una mia impressione).
Ma basta sentire come suonava al Concorso Chopin i concerti del musicista polacco! Si senta la ricchezza della sua tavolozza nel secondo movimento del primo concerto.

Esecuzione nel 2010, si badi bene: Concerto finale del Concorso.
E invece si senta l'esecuzione del secondo concerto a Nantes l'anno scorso: la qualità stilistica è migliorata ancora di più in cinque anni.
A me ha ricordato come eseguiva il secondo di Chopin, Arthur Rubinstein, ovviamente anche qui non caricando la cosa di assolutezza, ma vedendo il tutto come un riferimento ideale.
La cosa che mi stupisce di questa pianista è che finora abbia inciso per etichette di seconda fascia. Mi sarei aspettato che DGG l'avesse scritturata, ed invece no. Una scelta che non si capisce anche alla luce di certe incisioni di pianisti e pianiste assolutamente fuori di ogni possibile confronto con questa.

Pietro De Palma

domenica 17 aprile 2016

Carl Filtsch: un prodigio che durò solo 15 anni. E poi morì

Un autore che mi ha emozionato ultimamente è stato Carl Filtsch.
Mi direte: ma chi diamine è Carl Filtsch?
E' vero..non è molto conosciuto.
Tempo fa stavo leggendo un magazine straniero e si parlava di Chopin e di suoi allievi e tra essi anche di Carl Filtsch. Poi recentemente ho ascoltato il suo Concertino per pianoforte e orchestra, in Si bemolle minore su youtube. Mi son detto: l'inizio sembra Hummel.
Mai impressione fu più vera!
Carl Filtsch fu un fanciullo prodigio, nato in Transilvania, considerato il più talentuoso allievo di Chopin, le sue doti furono apprezzate da Liszt, Moscheles, Rubinstein. Purtroppo morì, all'apice della sua fama di enfant prodige, a soli 15 anni, di tisi, nel 1845. Era nato nel 1830. Ed era entrato a far parte degli allievi di Chopin. Si sa che Chopin fosse restio a dare lezioni private, ed è per questo che i suoi allievi furono pochissimi: Carl Filtsch fu uno di questi. Chopin dava ai suoi allievi una lezione a settimana tranne che a Carl, a cui ne dava tre.
Il Concertino è certamente opera di maniera, non diversificandosi molto da Hummel o Moscheles, però è assoluatamente delizioso per sfruttamento del pianoforte e idee musicali. E' chiaramente un'opera Biedermeier, mancando della cadenza; non solo, rammenta molto il Concerto in Si minore di Hummel (almeno a me) più che quelli di Chopin (ma anche Weber si sente).
E' ovvio che a quel punto abbia voluto conoscerlo meglio. E così mi son messo a cercare eventuali registrazioni oltre che quella del Concerto. E così ho trovato un disco della onnipresente Naxos, dal titolo stranamente evocatore: Pupils of Chopin, che riuniva quattro allievi  di Chopin: il leggendario Mikuli, trasmettitore della scuola pianistica chopiniana, Tellefsen, Filtsch e Gutmann.
A sentirne i barni solamente pianistici, si apprezza inevece maggiormente la filiazione chopiniana, soprattutto la Mazurka in Mi bem. minore op.3 n.3 e la deliziosa pagina intima, triste e dolente, quasi un testamento spirituale, composto poco prima della morte, chiamato Das Lebewohl von Venedig, "L'addio a Venezia".
Molto chopiniani sono anche  la Prima Polacca di Mikuli op.8 in sol minore, le Mazurke in Fa diesis minore e Sol minore di Tellefsen, la Mazurka in Mi bem. Minore op.3 n.3 di Filtsch,  il Bolero op.35 di Gutmann.
Un altro disco molto intelligente della Naxos che illumina su un determinato periodo storico, facendo uscire dall'ombra tre compositori misconosciuti (eccetto Mikuli).
Una curiosità: l'interprete del disco, Hubert Rutkowski, che insegna pianoforte alla Hamburg Musikhochschule,oltre ad incidere questo, ha interpretato altri due dischi di compositori polacchi: uno di Theodor Leschetitzky e uno con opere del più stretto amico ( e allievo) di Chopin, Julius Fontana, a cui furono dedicate dall'amico le due Polacche op.40 (tra cui quella "Militare"). 
Uno specialista ..di musiche degli allievi di Chopin, quindi.

P.D.P.